mercoledì, 17 giugno 2009
Dino RisiNel corso dei decenni, in molti hanno guardato agli autori della commedia italiana come ai fautori di un cinema moralmente ambiguo ed ideologicamente grossier, quasi che la commedia, in Italia (e solo in Italia), avesse dovuto limitare il proprio discorso al ritratto, o meglio, all’affresco sociologico di un Paese e di un’epoca.
Se Mario Monicelli, da parte sua, rintraccia ancora oggi nella (neanche troppo) velata accezione dispregiativa di «commedia all’italiana» un’interessante annotazione distintiva, Dino Risi, non casualmente, si è sempre dichiarato contrario a tale definizione, opponendole quella più semplice e pura di «commedia italiana»:

Smettiamola di chiamare la commedia che si fa in Italia "commedia all'italiana". Perché questo giudizio riduttivo? Le commedie che si fanno in America si chiamano commedie americane, quelle che facciamo in Italia, su situazioni e problemi nazionali, chiamiamole semplicemente commedie italiane. [1]

Risi ha rappresentato, con tutta probabilità, l’anima più trasparente ed autentica della commedia nazionale. Ha affrontato, nei periodi di maggior fioritura industriale, la commedia alta, per poi sporcarsi le mani, senza rimpianti né falsi moralismi, con i tòpoi più tradizionali della farsa di derivazione plautina. Ha macinato pellicola in notevoli quantità, lasciando in eredità un corpus cinematografico profondamente diseguale, ma di innegabile interesse.
La critica italiana, priva di metodologie solide e fortemente ancorata a sterili approcci di matrice politico-ideologica (un tempo si sarebbe detto, altrettanto approssimativamente, «contenutistici»), si è dimostrata del tutto inadeguata a stabilire un proficuo rapporto dialettico con i testi della commedia. Perché di testi si tratta, è bene non dimenticarlo. Proprio a tal proposito, il filosofo Emilio Garroni, in tempi non sospetti, sottolineava che

Lo strutturalismo non è […] niente di speciale. E' la scienza stessa. E' l'indispensabile abito scientifico che ci consente di studiare i più disparati oggetti, perfino quelli che – secondo una distinzione comune alquanto grossolana – non si prestano ad una conoscenza sistematica rigorosa.
Questo è un punto su cui è utile richiamare l'attenzione. Bisogna sfatare l'idea che, laddove giunge l'indagine strutturalistica, lì il mondo si trasformi in un oggetto rigoroso, perfetto, in un sistema o in una macchina impeccabile. Lo strutturalismo è piuttosto un'ipotesi e un metodo (ipotesi e metodo oggi talmente generalizzati da confondersi con le stesse condizioni comuni della conoscenza scientifica), e come tale funziona anche laddove abbiamo a che fare con fenomeni per certi versi contingenti, casuali, asistematici. Un'unica cosa non si può ammettere: che i fenomeni con cui abbiamo a che fare, di qualsiasi tipo, possano essere contingenti, casuali e asistematici in assoluto o in tutti i sensi; perché, se così fosse, non potremmo avere la più piccola conoscenza, né addirittura una qualsiasi percezione del reale, e ogni impressione sensibile si mostrerebbe come slegata, non interpretabile, non riconoscibile.
[2]   

Quindi, anche a volerla considerare «grossolana», bozzettistica e formalmente tutt’altro che rigorosa, la commedia italiana non sfugge alla possibilità di un’analisi che, in ogni sua singola declinazione testuale, ne scomponga e ne orienti la relativa struttura [3].
Le due commedie che Risi gira intorno alla metà degli anni ’50, Il segno di Venere (1955) e Poveri ma belli (1956), rappresentano un dittico per molti versi esemplare. Qualora non fosse ancora chiaro, la commedia di costume rintraccia i propri principali motivi di interesse proprio nelle dinamiche stilistiche che agevolano il costante rapporto dialettico fra lo spazio della scena (territorio privilegiato ma non esclusivo della screwball e della slapstick comedy) ed il tempo della Storia (su questo secondo elemento del discorso, croce e delizia della commedia nazionale, è stato già detto e scritto di tutto).
La critica italiana dell’epoca, però, così bolla Il segno di Venere:

[...] i personaggi sono facili e colorati solo in funzione di caratterizzazioni che spesso si avvicinano alla macchietta; le situazioni che li hanno al centro non sono mai molto peregrine e anche quando sembrano rivelare una certa critica di elementi originali, non vanno oltre il facile umorismo, il bozzettismo quasi gozzoniano, il tentativo di nobilitare e cantare le sorti dei volti “sparsi di efelidi leggere”, non appaiono mai compiutamente risolti e finiscono per farsi sommergere dalla leggerezza quasi farsesca di tutto il resto. [4]

Fernaldo Di Giammatteo, recensendo alquanto frettolosamente il successivo film di Risi, non rinuncia al suo consueto sarcasmo:

Poveri ma belli e Noi siamo le colonne [film di Luigi Filippo D’Amico uscito contemporaneamente] nascono da una vena di strafottenza che può turbare i placidi (e onesti) sonni dello spettatore comune. Nonostante le apparenze, svelano un fondo di cinismo e di disprezzo per l’uomo che si vorrebbe dire connaturato alla mentalità stessa dei loro autori. [...] E’ proprio il lieto fine che conferma [...] la fondamentale aridità umana delle storie [...]. Risi e D’Amico, oltre a non aver saputo trasformare le loro marionette in uomini, non si sono accorti che li fanno vivere nella luna, pur pretendendo di dimostrarci che le due città in cui le due storie si svolgono sono effettivamente Roma e Pisa.
[5]

Per non parlare di Guido Aristarco, che sulle colonne di «Cinema Nuovo» sembra voler alimentare un’originale polemica tra critici di opposta connotazione ideologica:

Abbiamo letto, per il film di Risi come per altri di Franciolini, Bolognini e Zurlini, aggettivi lusinghieri, oltre a qualche incauto «finalmente» con immancabile punto esclamativo; parole come «garbato», «divertente», «sbarazzino». Qualcuno ha parlato di «pellicoletta», ma ha sùbito aggiunto che è un film «riuscito bene». Ci troviamo di fronte a una terminologia analoga a quella usata per i film rosa del ventennio nero; altra riprova, insieme alla nostra responsabilità di critici e cronisti, che Poveri ma belli è a suo modo una diretta filiazione, se pur lontana nel tempo, di quel cinema anticulturale e antidemocratico. [6]

Sorvolando su ogni possibile manifestazione di dissenso (e tenendo ben presente che, come giustamente sottolinea Lorenzo Pellizzari, «ogni recensione va collocata nel tempo che è stato suo, opportunità, tensioni e speranze comprese» [7]), è chiaro che la critica italiana degli anni ‘50 non sia stata in grado di operare una giusta valutazione delle problematiche in campo.
Il segno di Venere e Poveri ma belli rivelano in controluce una personalità autoriale originalissima. La presente analisi, di matrice prevalentemente narratologica, intende focalizzare la propria attenzione su quegli elementi speculari e su quelle opposizioni che, a ben vedere, sembrano favorire una sorta di tensione dialogica tra le due opere, alimentando, di fatto, la costituzione di un unico, sorprendente macrotesto filmico.
Innanzitutto, il doppio come tòpos: Agnese/Cesira ne Il segno di Venere e Romolo/Salvatore in Poveri ma belli. Le protagoniste del primo film incarnano due modelli di donna radicalmente opposti: bella e corteggiata Agnese, sola e tutt’altro che attraente Cesira. Nell’esaltazione di un binomio femminile tanto singolare quanto pregnante, ecco affacciarsi sull’universo della nascente commedia italiana i due controversi temi del dopoguerra: da una parte, un sottile desiderio di opulenza e di evasione (validamente esemplificati nel corpo divistico di Sophia Loren), dall’altra, l’eredità retroattiva di un regime fallimentare e del secondo conflitto mondiale (la povertà ed il bruciante ricordo della miseria, che trovano una valida cristallizzazione nel corpo antidivistico di Franca Valeri) . Alla bellezza della mediterranea Agnese fa però da contrappunto un assoggettamento patriarcale nei confronti del quale Cesira, lombarda, dimostra una netta disapprovazione: il gioco delle opposizioni e dei caratteri si fa sempre più fitto.
In Poveri ma belli, analogamente, Romolo e Salvatore rappresentano due tipologie maschili del tutto antitetiche (burbero il primo, più bonario ed incline al compromesso il secondo), nonostante lo schema delle opposizioni sia, in questo singolo caso
Poveri ma belli, meno proficuo del precedente.
I rapporti amorosi che scandiscono le schermaglie interne ai due triangoli (Agnese/Ignazio/Cesira ne Il segno di Venere, Romolo/Giovanna/Salvatore in Poveri ma belli), agevolano le riflessioni più interessanti.
Ne Il segno di Venere è un uomo, Ignazio, ad essere conteso da due donne e, di conseguenza, da due fisici e due personalità a loro volta opposte. In Poveri ma belli, al contrario, è una donna, Giovanna, a giostrarsi fra due uomini diversi. Sotto tale profilo, Poveri ma belli presenta un modello erotico del tutto inedito in un contesto piatto e conservatore come quello dell’Italia degli anni ‘50.
Nonostante Giovanna venga in extremis riportata all’ordine (per la gioia dell
o spettatore democristiano [8]), lungo l’intero corso del film il suo desiderio di indipendenza e la sua scanzonata joie de vivre, soprattutto se messi in rapporto al conformismo ideologico dei due protagonisti, non possono che apparire lievemente spiazzanti, quando non sottilmente eversivi (a prescindere dal fatto che i modi di produzione dell’epoca imponessero di fermarsi all’esibizione di casti baci «a labbra serrate»). Sorta di Mirandolina contemporanea, la protagonista di Poveri ma belli appare inoltre determinata a far valere una personale politica emancipativa che non manca di lasciare perplessi gli uomini del suo milieu, primo fra tutti il padre. In tal senso, Giovanna e Cesira sembrano rivelare una matrice psicologica comune.
Ne Il segno di Venere non viene consumato un reale rapporto a tre, dal momento che la relazione Ignazio/Cesira trova una sua piena concretizzazione solo nelle improbabili fantasie di quest’ultima. L’idillio sentimentale fra Ignazio ed Agnese, al contrario, non esclude l’insinuazione di una sottile componente carnale, dal momento che la ragazza, dopo un’unica e fugace notte d’amore (il cui racconto viene lasciato, com
e sempre delicatamente, al fuoricampo [10]), confessa all’uomo di essere rimasta incinta.
Ne Il segno di Venere, quindi, nonostante una protagonista ancora sottomessa all’autorità paterna (Agnese), il sesso viene addirittura promosso a deus ex machina dell’intera vicenda. Al contrario, in Poveri ma belli la maggiorata emancipata (Giovanna), pur dispensando baci in quantità, non sembra alimentare dubbio alcuno sulla propria illibatezza. E’ curioso notare, a questo punto, come il padre di Agnese e quello di Giovanna abbiano un unico volto, quello di Virgilio Riento, ma due temperamenti diametralmente opposti: nevrotico ed autoritario il primo, riflessivo quanto bonario il secondo.
I personaggi di Agnese e Giovanna sono oggetto, infine, di un’altra fondamentale opposizione. Prendiamo in esame due sequenze sorprendentemente speculari: il party degli artisti ne Il segno di Venere e la festa di Annamaria in Poveri ma belli. Nel primo caso, Agnese è circuita dai presenti, i quali, in maniera più o meno esplicita, tentano di far colpo su di lei. Nel secondo caso, nonostante un nutrito parterre di invitati, la presenza di Giovanna non sembra turbare più di tanto il regolare svolgimento della serata. Se il corpo di Agnese, quindi, in rapporto allo sguardo maschile, rivela da subito la propria natura di oggetto passivo, Giovanna si impone principalmente come soggetto desiderante
attivo. In Poveri ma belli, contrariamente a quanto accade ne Il segno di Venere, il corpo femminile non è sottoposto ad un rigido regime di controllo da parte dello sguardo maschile (almeno fino all’entrata in scena di Ugo): si pensi alla più emblematica delle sequenze iniziali, in cui Giovanna, di fatto, «mette in mutande» i due protagonisti, non prima di essersi sottratta ai loro sguardi indiscreti.
L’elemento estetico-narrativo che sopra ogni altro alimenta il rapporto dialogico tra i due film è, senz’ombra di dubbio, quella sorta di voyeurismo al quale il regista non manca di affidare un’originale funzione metariflessiva. Il segno di Venere si apre sull’immagine di Il segno di VenereCesira che, dalla finestra della propria camera da letto, spia i preparativi per il matrimonio del dottorino. A ben vedere, Risi sembra parodiare esplicitamente le celeberrime sequenze centrali del coevo Rear Window (La finestra sul cortile, 1954), sostituendo all’intrigo hitchcockiano una storia d’amore immaginaria al culmine della quale Cesira, nel tentativo di oltrepassare i confini consentiti dallo spazio scenico (e, di conseguenza, dal cinema stesso), rischia di rimetterci concretamente la pelle. Altrettanto esplicito è il lavoro sulla mise en abyme: le mirabolanti moltiplicazioni di finestre, usci ed aperture varie all’interno del quadro portano ad una progressiva, nonché suggestiva, saturazione del discorso metacinematografico [11]. Esplicitazione che ritroviamo, più intatta che mai, nel successivo Poveri ma belli, dove la presentazione stessa del personaggio di Giovanna assume i connotati di un’esperienza cinematografica tout court: attraverso i vetri della sartoria, Romolo e Salvatore ne sono, insieme a noi, passivi e trepidanti spettatori.
Cesira, nel finale de Il segno di Venere, si allontana a bordo di un tram sui cui vetri è possibile scorgere i pallidi riflessi di un’anonima periferia urbana, mentre Romolo e Salvatore, nell’epilogo di Poveri ma belli, imboccano di corsa Ponte Sant’Angelo in direzione di un centro storico che sta cambiando irrimediabilmente fisionomia. Gli anni ’50 si abbandonano ai loro ultimi fremiti: il boom, del resto, è alle porte. Nel 1959, Dino Risi realizza Il vedovo, sua prima, grande satira al fulmicotone. Le coordinate della commedia si spostano su registri narrativi più consoni a nuove esigenze di racconto, mentre il disimpegno ideologico degli anni precedenti cede il passo ad un’ironia non di rado politicamente connotabile (quando non esplicitamente connotata).
Anche ne Il vedovo, come da copione, ritorna la sequenza di una festa, ma gli umori in gioco sono ben altri: il protagonista del film non ha più nulla da spartire né con Ignazio, né tantomeno
Il vedovocon Romolo e Salvatore. Persino il tòpos del triangolo amoroso viene abbandonato [12]; alle schermaglie a tre, la commedia del boom preferisce la demistificazione del rapporto a due, specialmente se suggellato da rito ufficiale (civile o religioso, poco importa).
Il volto rassegnato dell’a
spirante uxoricida Alberto Sordi che, con il mento adagiato sulla spalla della diabolica moglie Franca Valeri (anche la dolcezza e l’ingenuità di Cesira appartengono ormai ad un’altra epoca), si lascia andare al ritmo della melodica «L’edera», apre a Risi le porte dei rampanti anni ’60 e di una nuova, fortunatissima stagione cinematografica. L’amicizia e l’amore disinteressati fanno parte di un universo cinematografico che è già pura mitologia: il 1959 è l’anno in cui la commedia italiana si guarda allo specchio e decide di cambiare pelle, regolando i conti, una volta per tutte, con il proprio passato.

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[1] Cfr. Aldo Viganò, Commedia italiana in cento film, Le Mani-Microart’S, Recco, 1995.
[2] Emilio Garroni, Strutturalismo e critica del film, in Giorgio Tinazzi (a cura di), Studi Monografici di «Bianco e Nero», n. 12, 1972, p. 18.
[3] L’obiettivo del presente saggio non è, ovviamente, quello di un’analsi strutturale in senso stretto. Mi auguro che gli spunti metodologici qui delineati possano portare ad una riflessione e ad un ripensamento teorico di più ampia portata.
[4] Gian Luigi Rondi, «Rivista del Cinematografo», n.4, aprile 1955; poi in Irene Mazzetti, I film di Dino Risi, Gremese, Roma, 2006, p. 37.
[5] Fernaldo Di Giammatteo, «Bianco e Nero», n. 2, febbraio 1957; poi in Irene Mazzetti, op. cit., p. 41.
[6] Guido Aristarco, Poveri ma belli, in «Cinema Nuovo», a. VI, n. 101-102, 1 marzo 1957, p. 155; poi in Lorenzo Pellizzari, Dino Risi e la critica, in Valerio Caprara (a cura di) Mordi e fuggi. La commedia secondo Dino Risi, Marsilio, Venezia, 1993, p. 43.
[7] Lorenzo Pellizzari, Dino Risi e la critica, in Valerio Caprara (a cura di), op. cit., p. 44.
[8] Al riguardo, Orio Caldiron osserva: «Il sottotesto del film punta sull’asimmetria della coppia Valeri-Loren (in cui si intravedono le silhouette maliziose di Stanlio e Ollio), ma il punto di coagulo sembra essere la spregiudicata cattiveria di Risi […] [che] si sintonizza sul costume che cambia, in bilico tra vieto tradizionalismo e incipiente modernizzazione» (Orio Caldiron, Il film alla carta: sceneggiare all’italiana, in Valerio Caprara (a cura di), Il segno di Venere. Un film di Dino Risi, Lindau, Torino, 2007, p. 84). Paolo D’Agostini, completando il profilo critico sul film, aggiunge: «La vocazione “sociale” della commedia sta per sbocciare, si avvia a chiudersi il cerchio che unirà la scuola neorealista [...] con la commedia all’italiana» (Paolo D’Agostini, Dino Risi, Il Castoro, Milano, 1995, p. 29).
[9] A tal proposito, non aveva tutti i torti Lino Micciché quando ipotizzava che il concetto di «libertà sessuale» coincidesse, nei contesti più tradizionali della commedia nazionale, con quello di «libera scelta della “virtù”» (Lino Micciché, Il cinema italiano degli anni ’60, Marsilio, Venezia, 1975, p. 71).
[10] Per quanto riguarda Il segno di Venere, il fuoricampo assume una funzione determinante nella definizione dei rapporti erotici fra Agnese ed Ignazio. Al contrario, in Poveri ma belli, tutto è giocato in superficie, nello spazio dell’inquadratura.
[11] «[…] réflexivité et mise en abyme sont considérées, sinon comme synonymes, du moins comme largement coextensives» (Christian Metz, L’énonciation impersonnelle ou le site du film, éd. Méridiens Klincksieck, Paris, 1991, p. 94).

[12] Non a caso, Straziami, ma di baci saziami (1968), deliziosa farsa «a tre caratteri», indurrà Risi a recuperare, dopo diversi anni, una serie di moduli espressivi tipici delle sue prime commedie.
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venerdì, 27 febbraio 2009

OssessioneCome osserva puntualmente Lino Micciché, «[Il sesso] E’ uno dei grandi motori del cinema viscontiano»[1]. Lo sguardo che Visconti dischiude sui corpi dei personaggi (e degli attori che li interpretano, come si vedrà) costituisce un elemento di indiscutibile rilievo nel contesto relativo ad un’opera tutto sommato mai eccessivamente indagata.

Ossessione (1943) e L’innocente (1976) rappresentano due momenti-chiave nella traiettoria artistica tracciata dal regista milanese: due estremi oltre i quali pare impossibile estendere uno sguardo alternativo, alba e tramonto di una poetica unica e profondamente personale. Se Ossessione spalanca il virginale obiettivo di Visconti sul corpo maschile, L’innocente segna il violento atto di accecamento che il regista stesso si trova ad operare sul proprio occhio virtuale: dopo il suicidio di Tullio Hermil, l’esigenza di un nuovo sguardo da gettare sul corpo del maschio si fa sempre meno pressante.

Ossessione è il film di Visconti che più di ogni altro lavora intorno all’ «espressione di una ‘ossessione’ personale»[2], come suggerisce acutamente Laurence Schifano. Ossessione personale che diviene, in brevissimo tempo, elemento preponderante del racconto; particolarmente eloquenti appaiono, sotto tale punto di vista, gli istanti di pura contemplazione che vedono l’obiettivo viscontiano forgiare la sconvolgente maschera filmica di Massimo Girotti:

 

L’uomo di cinema che aveva conquistato l’amore di Visconti era Massimo Girotti […]. Aitante, la mascella forte, gli occhi verdi, Girotti aveva quel tipo di bellezza maschia che doveva sempre attrarre Visconti. La gente che li frequentava allora ha poi raccontato come Visconti lo circuisse lentamente, attirandolo a poco a poco in trappola: Girotti non era omosessuale e forse in ciò consisteva la sua attrattiva[3].

 

Gino, il personaggio che Girotti incarna nel film, risente profondamente di questa attrazione extradiegetica: lo sguardo che Visconti getta sul suo corpo non lascia spazio ad equivoci. A tal proposito, anche William Van Watson osserva: «Nei loro rapporti con Gino, i personaggi di Visconti replicano i rapporti tra il regista e Massimo Girotti al di fuori del lavoro»[4].

L’entrata in scena del protagonista (dopo una serie di inquadrature volte ad alimentare l’attesa) viene sottolineata da un carrello in avanti che ne esalta il vigore dei tratti, mentre il flusso temporale interno alla diegesi prende il sopravvento su quello scandito dalla realtà fenomenica. Gli occhi di Gino/Girotti, improvvisamente, si fanno catalizzatori di una forza centripeta che porta lo sguardo dello spettatore ad identificarsi con quello di Visconti:

 

Penso anche al carrello ottico sul volto di Gino, visto da Giovanna, ma anche dallo spettatore, per la prima volta: improvviso come una vampata emotiva, ha la forza di un’epifania che porta con sé tutta la fatalità della passione che si libera[5].

 

William Van Watson aggiunge:

 

[…] l’età particolarmente giovane di Girotti ha in qualche modo facilitato la funzione di oggetto del desiderio e di contenitore disponibile per Visconti (e per i suoi personaggi). Visconti crea un’immagine cinematografica di Girotti come oggetto d’amore […][6].

 Massimo Girotti

Agli antipodi, il personaggio interpretato da Juan De Landa, il Bragana. Visconti non ci risparmia nulla: il corpo dell’attore, deformato dalla pinguedine, viene esibito in tutta la sua irritante opulenza.

Il Bragana è un vecchio capitalista. La connotazione ideologica che lo caratterizza ne condiziona inevitabilmente l’aspetto esteriore: nel rapportare la propria fisicità a quella di Gino, non può che perdere miseramente la competizione.

Esemplificativa, sotto il profilo del confronto fisico fra i due, è la sequenza del concorso canoro. Il Bragana sale sul palco ed inizia ad intonare «Di Provenza il mar»; i due protagonisti hanno già preso posto ad un tavolo. A questo punto, Visconti, con l’ausilio di un obiettivo a focale lunga, compone un’inquadratura particolarmente indicativa: Gino, in primo piano, comunica verbalmente con Giovanna, mentre la sagoma del Bragana, lievemente sfocata, svetta alle sue spalle, dondolandosi fra gli spasmi del canto. Nonostante la cabaletta verdiana risulti particolarmente dolce all’ascolto, il momento non potrebbe essere più teso ed inquietante; grazie ad una opzione formale che deve sicuramente molto alle pratiche operative di Jean Renoir (l’appassionata attività di ricerca sull’impatto espressivo della profondeur de champ trova un illustre precedente nel capolavoro incompiuto del maestro francese, Une partie de campagne, 1936, alla cui realizzazione collaborarono, fra gli altri, Jacques Becker e lo stesso Visconti), il regista pone visivamente a confronto i due personaggi (e, di conseguenza, gli antitetici mondi che incarnano), proprio nell’istante decisivo in cui, di fatto, viene suggellato il patto omicida fra gli amanti diabolici.

Il giovane protagonista, come si è accennato, rappresenta, in seno all’antieroina viscontiana, un’alternativa carica di connotazioni sessuali e politiche. Ossessione sviluppa, a tal proposito, un sottile intreccio di alternative. Se Gino, per Giovanna, non costituisce altro che una via di scampo allo squallore della vita matrimoniale, anche Giovanna, per Gino, diviene ben presto una delle tre opzioni da prendere in considerazione: i personaggi dello Spagnolo e di Anita, a modo loro, offrono al protagonista due differenti quanto allettanti possibilità di riscatto.

Lo Spagnolo, soprattutto, spalanca sull’avvenire di Gino una diversa prospettiva erotica che, ai tempi, i più non vollero cogliere. Ma le allusioni sono evidenti:

 

[…] mentre, seguendo una lettura eterosessuale, si potrebbe interpretare la volontà dello Spagnolo di pagare a Gino il biglietto del treno come un atto di solidarietà confermata dalla sua teoria che “i soldi hanno le gambe e son fatti per camminare”, l’episodio, come ha fatto notare Nowell-Smith, è fondamentalmente un adescamento[7].

 

Anche Gilles Deleuze, nel suo fondamentale L’immagine-tempo, ricorda che «Già in Ossessione, il primo film di Visconti, la possibilità dell’omosessualità spuntava come opportunità di salvezza, per uscire da un passato soffocante, ma troppo tardi»[8].

La sequenza che vede lo Spagnolo condividere il letto con Gino è una delle più perverse ed allusive di tutto il cinema viscontiano. Alla tenue luce di uno zolfanello, assistiamo all’ambigua quanto fugace esplorazione di quel corpo da Visconti tanto agognato: in un sottile gioco di scambi e corrispondenze, allo sguardo dello Spagnolo finisce per sostituirsi l’obiettivo del regista e, in ultima istanza, l’occhio dello spettatore[9]. Senza ricorrere ad enigmatici (quanto scontati) alibi narrativi, Visconti invita esplicitamente chi guarda ad assecondarlo in un estremo atto di scopofilia: per tale ragione, forse, il pubblico borghese degli anni Quaranta finse di non afferrare gli evidenti rimandi all’equivoca natura del rapporto in questione.

E’ importante, di conseguenza, soffermare l’attenzione su un elemento solo in apparenza secondario: dello Spagnolo, all’interno del romanzo di James Cain[10] da cui il film è liberamente tratto, non vi è traccia. La natura dicotomica del personaggio, in quanto alternativa sessuale e politica, appartiene tutta a Visconti che, come lo Spagnolo, all’estero (in particolare a Parigi) aveva scoperto le proprie inclinazioni (il regista stesso definì quella presa di coscienza come la propria «via di Damasco»[11]).

Se nel romanzo la presenza forte è tutta della protagonista, femme fatale dall’appeal particolarmente magnetico, qui i ruoli risultano invertiti, poiché la Giovanna di Clara Calamai è tutto fuorché una donna seducente. Visconti spoglia l’attrice di qualsivoglia residuo divistico, asciugandone incisivamente la prorompente femminilità (a differenza di Tay Garnett, che, all’atto di plasmare il ruolo della dark lady in un successivo ed altrettanto emblematico adattamento del romanzo cainiano[12], opterà senza esitare per l’accumulazione dei particolari, esaltando in questo modo l’innato erotismo della splendida Lana Turner).

La procace ballerina (o prostituta, a seconda delle preferenze) che irretisce Gino dopo la rottura con Giovanna, costituisce, a tal proposito, una presenza maggiormente caratterizzata. Dotata di una femminilità forte e pronunciata, Anita incarna inconsapevolmente l’alternativa più accomodante alla fatale dannazione della protagonista. La riconciliazione tra i due personaggi principali è però dettata dal destino, e ai richiami della sorte nessuno può sottrarsi (neppure il più carismatico degli antieroi concepiti da Visconti); abbandonando la ragazza, Gino rinuncia definitivamente (e forse consapevolmente) alla propria libertà nonché, ça va sans dire, al meno ingrato dei futuri possibili.

Ossessione [2]Giovanna muore nell’incidente automobilistico che chiude il cerchio del racconto, e con lei il figlio della colpa: l’erotismo viscontiano rivela per la prima volta quella sorta di matrice antiriproduttiva (ancora più esplicita quando i risvolti omosessuali hanno la meglio su quelli eterosessuali) che resterà una costante del cinema a venire. I protagonisti di Ossessione vivono di piacere, e di piacere muoiono. Se il destino li punisce, non si pentono dei presunti errori commessi. Preferiscono morire, come Giovanna, o magari rassegnarsi alla giustizia, come Gino: senza il fuoco della passione, la vita non ha più alcun senso. Parola di Luchino Visconti:

 

Voglio affrontare tutto, proprio tutto con la passione. Perché quando si comincia qualcosa ci deve sempre essere l’ardore passionale. Siamo qui per questo: per ardere di passione fino alla morte, che è l’ultimo atto della vita. La morte infatti completa l’opera della vita trasformandoci in cenere[13].

 

Tullio Hermil, protagonista de L’innocente, è un personaggio che con Gino non ha nulla a che vedere. Anche il passionale Visconti del 1943 sembra avere poco in comune con il crepuscolareL Visconti del 1976: lo sguardo sui corpi dei personaggi si è raffreddato e ne L’innocente assume connotazioni particolarmente funeree. Il fasto delle scenografie e degli arredi all’interno dei quali va dipanandosi l’intrigo dannunziano, non fa altro che esaltare la malinconica dimensione di un gruppo di automi: i protagonisti de L’innocente sono fantasmi. Fantasmi di una società che non li vuole più, ma anche di un cinema che, come lo stesso Visconti, sta vivendo gli ultimi sussulti di un’epoca irripetibile.

I personaggi femminili più incisivi, Giuliana Hermil e Teresa Raffo, moglie e amante del protagonista (rispettivamente interpretate da Laura Antonelli e Jennifer O’Neill), offrono, nell’economia della nostra analisi, numerosi spunti di riflessione. Soprattutto la seconda, che nel romanzo di D’Annunzio, come ricorda Giorgio De Vincenti,

 

[…] non entra mai in scena; è chiamata “la Biondissima” e “l’Assente”. Nel film è invece bruna, a sottolineare l’allontanamento dal cliché dannunziano, e ha una posizione centrale […]. Teresa è tuttavia esterna, anche nel film, alle vicende di Tullio. E’, per così dire, mentalmente esterna, in quanto donna libera, rappresentante di quel processo di emancipazione femminile che segna tutta la distanza esistente tra il mondo di D’Annunzio e quello di Visconti[14].

 L

Teresa Raffo, in questa sua sorta di emancipazione, è l’unica a vivere da vicino il dramma senza esserne sfiorata. Ed è proprio questa sua marginalità a renderla misteriosamente seducente: in quanto donna libera («non è tipo da rifiutarsi un capriccio», commenta Federico Hermil), non viene minimamente toccata dalla sconfitta. Visconti ne accentua la presenza; a colei cui D’Annunzio si rivolge attraverso gli epiteti di “Biondissima” e “Assente”, corrisponde nel film un volto meravigliosamente ammaliante, quello di Jennifer O’Neill, che il regista esalta attraverso il ricorso a numerosi primi e primissimi piani. Da personaggio imprendibile ed accessorio, Teresa diventa ben presto narratario dell’intera vicenda, testimone muto (o quasi) all’interno di un milieu in irrefrenabile agonia.

LTullio, «[…] apparentemente ateo, raziocinante, anticonformista, e in realtà guidato solo dalla smania del controllo e del possesso sulla moglie»[15], dopo un inizio in cui sembra incarnare con calcolata compostezza il modello di superuomo caro a D’Annunzio, si fa ben presto apologeta di tutte quelle aberrazioni ideologiche che il pensiero dello scrittore, nel corso degli anni, ha incessantemente coltivato. La scoperta dell’indesiderata gravidanza fornisce al protagonista l’occasione per ribadire ancora una volta il proprio diritto di possesso sul corpo di Giuliana, un corpo che Tullio stesso rivendica ed impugna ossessivamente in una sorta di lugubre rituale erotico/funereo. La lotta che i due personaggi sottilmente combattono va ben oltre la classica contrapposizione maschio-femmina: è la vita che contrasta i tentativi di prevaricazione della morte. Morte biologica, certo, ma anche intellettuale, sociale, morale.

Visconti è qui più disilluso che mai: il rapporto fra i due coniugi si basa unicamente sull’ansia di possesso e sulla mercificazione del desiderio («Dimmi che vuoi fare l’amore con me… chiedimelo!»). Ma è proprio lui, il tanto acclamato «amore», a risultare un’utopia nell’universo dei superuomini dannunziani.

Analogamente, Alessandro Bencivenni nota che

 

[…] la descrizione della vita matrimoniale come pura convenzione, la mancanza di un rapporto paritario nella coppia, riflettono nel loro insieme il profondo pessimismo di Visconti. Col suo tono distaccato e lugubre, L’innocente appare il suo definitivo requiem per l’istituzione familiare[16].

 

L’obiettivo viscontiano si posa sul corpo nudo di Giuliana/Antonelli, registrandone il profondo ed evidente disagio. Un corpo affamato d’amore che, nella cornice di un contesto simile, non riesce, non può e, soprattutto, non vuole comunicare. Lo sguardo di Visconti è algido come non mai; il divario esistenziale che si crea fra la macchina da presa e le membra dei personaggi ne è evidente dimostrazione. Anche il corpo nudo di D’Arborio/Porel, filtrato attraverso il diabolico regard di Tullio/Giannini, viene presentato in campo lungo, quasi distrattamente, come se Visconti stesso volesse metterne in dubbio la consistenza materiale. Non a caso, il personaggio in questione, morirà poco dopo.

Giuliana esce di scena, marchiata da una lacerante condanna all’infelicità, mentre Tullio, dandosi la morte, eclissa la propria esistenza carnale in un catartico e voluttuoso coup de théâtre. Con lui muoiono anche D’Annunzio ed il suo retroterra culturale, Visconti sembra suggerirlo fra le righe. Ipotesi confermata dall’ultima inquadratura, che vede Teresa Raffo allontanarsi di spalle dal luogo del suicidio: unica superstite morale della tragedia narrata (in quanto emblema di libertà ed emancipazione), la femmina viscontiana sopravvive alla presunzione ed all’inutilità del maschio, lasciando dietro di sé i resti di una società patriarcale sull’orlo del collasso. Con il proiettile che uccide Tullio, il regista attenta all’eredità ideologica di D’Annunzio: in un sol colpo, a morire sono l’uomo e il superuomo. Come puntualmente nota Sam Rohdie, gli antieroi di Visconti, da Il Gattopardo (1963) in poi, «non solo trovano la loro rovina senza le donne, ma vedono, nello sguardo intenso del proprio autoritratto, il loro inesorabile disfacimento, il loro lento cammino verso la morte»[17].



[1] Lino Micciché, Luchino Visconti, Marsilio, Venezia, 1996, p. 80.

[2] Trad. it.: Laurence Schifano, I fuochi della passione. La vita di Luchino Visconti, Longanesi, Milano, 1988, p. 154.

[3] Gaia Servadio, Luchino Visconti, Mondadori, Milano, 1980, p. 139.

[4] William Van Watson, Il sottoproletariato come oggetto del desiderio, in David Bruni, Veronica Pravadelli (a cura di), Studi viscontiani, Marsilio, Venezia, 1997, p. 89.

[5] Luciano De Giusti, I film di Luchino Visconti, Gremese, Roma, 1985, p. 37.

[6] William Van Watson, op. cit., p. 89.

[7] Ivi, p. 91.

[8] Trad. it.: Gilles Deleuze, L’immagine-tempo, Ubulibri, Milano, 1989, p. 111.

[9] «Quando dico che “vedo” il film, intendo con ciò la mescolanza singolare di due correnti contrarie: il film è quello che ricevo, ma è anche quello che faccio scaturire […]. Quando lo faccio scaturire sono l’apparecchio di proiezione; quando lo ricevo, sono lo schermo; in queste due figurazioni contemporanee, sono la macchina da presa, bersagliata e che tuttavia registra [corsivo nostro]» (Trad. it: Christian Metz, Cinema e psicanalisi, Marsilio, Venezia, 2002, p.63).

[10] Trad. it: James Cain, Il postino suona sempre due volte, Bompiani, Milano, 1990.

[11] Laurence Schifano, op. cit., p. 127; poi in William Van Watson, op. cit., p. 101.

[12] Il Postino suona sempre due volte (The Postman Always Rings Twice, Usa 1946), sceneggiato da Harry Ruskin e Niven Busch a partire dall’omonimo romanzo di James Cain, diretto da Tay Garnett, interpretato da Lana Turner, John Garfield e Cecil Kellaway.

[13] Dichiarazione di Luchino Visconti, riportata da Sam Rohdie in Le dive e le donne, in David Bruni, Veronica Pravadelli (a cura di), op. cit., p. 215.

[14] Giorgio De Vincenti, Il concetto di modernità nel cinema, Pratiche, Parma, 1993, p. 229.

[15] Alessandro Bencivenni, Luchino Visconti, Il Castoro, Milano, 1995, p. 103.

[16] Ivi, p. 104.

[17] Sam Rohdie, op. cit., p. 217.

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domenica, 10 agosto 2008

Quello della donna che cade vittima delle circostanze e che da queste si vede forzata all’adulterio – ce lo ricorda Antonio Santos – è un tema abituale nelle tragedie domestiche di Chikamatsu (1653-1725). L’origine de Gli amanti crocifissi è da ricercarsi in un fatto reale (verificatosi nel 1684), poi rielaborato dallo scrittore Saikaku Ihara e successivamente dallo stesso Chikamatsu nella tragedia Jôruri: Daykyoji Mukashi Goyomi[1] (1715). Mizoguchi, rifacendosi direttamente a quest’ultima pièce (tanto da intitolare il film, nella versione originale, Una storia di Chikamatsu), realizza l’opera in cui il discorso sulla potenza dei sentimenti raggiunge una perfetta cristallizzazione formale. Se alcuni film precedentemente realizzati, uno su tutti il geniale I racconti della luna pallida d’agosto, affrontano la carnalità nei suoi aspetti più reconditi, o, alternativamente, il contrasto tra forza propulsiva dell’erotismo/vis contemplativa dell’amore, Gli amanti crocifissi è l’affresco definitivo sulle innumerevoli sfaccettature del sentimento, inteso nella sua accezione più pura, disinteressata, incondizionata. Anche in questo caso, l’amore dei due protagonisti non manca di tensioni squisitamente erotiche, ma il discorso sulla sensualità propriamente intesa passa, ed è inevitabile, in secondo piano. Come rileva puntualmente Dario Tomasi, «Gli amanti crocifissi mette in scena una storia d’amore in cui la morte dei due innamorati è il segno della vittoria del sentimento contro una società fondata esclusivamente sui valori del potere e del denaro»[2]. La fuga di Mohei ed Osan, sebbene giustificata dall’equivoco che li vuole amanti, assume gli echi della rivolta contro una serie di poteri costituiti (la famiglia, la politica, il denaro) particolarmente consolidati nel contesto della repressiva società giapponese dell’era Edo. Come già accadeva in Vita di O-Haru, donna galante (adattato a partire da un’opera di Saikaku), i nuovi borghesi vivono nell’idolatria del denaro ed è proprio da questo insano culto che scaturisce, puntuale, la tragedia. Per la ragione sopra riportata, Mizoguchi torna a contaminarli con la caricatura: l’avido Ishun è più grottesco, se possibile, del suo predecessore Sanshô (interpretato sempre dall’ottimo Eitaro Shindo)[3]. Lo vediamo più volte contare il denaro pazientemente accumulato con lo sguardo avido «che esigono i canoni»[4]. Il personaggio di Mohei si presenta come l’antitesi di quello incarnato da Ishun, nonostante, nel corso delle prime sequenze, non faccia nulla per nascondere la propria sottomissione all’ordine sociale. E’ poi un puntuale sviluppo narrativo ad indurlo, suo malgrado, alla fuga. Fuga iniziatica, per così dire, perché Mohei e Osan ne usciranno cambiati. Ma anche fuga liberatoria, dal momento che, ad un passo dalla morte, l’uomo dichiarerà a se stesso e al mondo il proprio incondizionato amore nei confronti della donna. Atto estremo, fortemente trasgressivo nell’ottica conservatrice e repressiva dell’epoca (anche se Mizoguchi, come sempre, non risparmia numerosi rimandi alla contemporaneità). Ecco quindi che al sentimento viene affidata una funzione esplicitamente sovversiva: «attraverso l’amore i due fuggiaschi si fanno ribelli»[5]. Mohei e Osan sanno che il patibolo li attende. Ma la morte, nell’universo degli amanti crocifissi, segna la vittoria dell’amore eterno e la conseguente sconfitta di coloro che ad esso si oppongono, vuoi per semplice desiderio di repressione (il primo ministro), vuoi per sottomissione ad un codice prestabilito (Ishun).

Eros e Thanatos: un dualismo (di per sé molto sfruttato) che il regista risolve attraverso un’intuizione formale di indubitabile fascino. L’inquadratura finale vede i due amanti PDVD_006approssimarsi al patibolo (la pena riservata agli adulteri è la crocifissione) con le espressioni del volto distese e serene. E’ il loro trionfo: Mizoguchi sottolinea la chiusa del film con un movimento ascendente di gru che staglia i due protagonisti su uno sfondo prospettico di particolare suggestione. A conti fatti, un finale che non potrebbe apparire più lieto. La morte da una parte, la vita riscattata dal sentimento dall’altra: il citato movimento di gru accarezza da lontano i due corpi prossimi al patibolo, agevolando un’immagine carica di profonda tensione ascetica. Gli amanti si allontanano dalla macchina da presa: il loro allontanamento è, però, strettamente proporzionale alla prossimità che avvertiamo nel percepire la distanza dai loro corpi. Anche in questo caso, come già notato in riferimento a I racconti della luna pallida d’agosto, «assistiamo al trionfo degli ossimori e, di conseguenza, dei nostri molteplici (e spesso inascoltati) moti interiori»[6]. LePDVD_001 inquadrature che contribuiscono a chiudere i film di Mizoguchi, sembrano (quasi sempre) voler operare una fusione definitiva del mezzo cinematografico con il contesto plasmato nel ristretto spazio incorniciato dal quadro. Analogamente a quanto detto in relazione all’immagine che chiude I racconti della luna pallida d’agosto[7], lo sguardo di Mizoguchi porta ad ignorare l’(apparentemente) invalicabile barriera costituita dallo schermo, per invitare l’occhio dello spettatore al definitivo superamento delle convenzioni imposte dal mezzo cinematografico stesso. Anche qui (e questa volta senza possibilità di ritorno) in direzione di un “Altrove” sul quale lo schermo stesso pare rinnegare, una volta per tutte, la propria congenita materialità.

La colonna sonora de Gli amanti crocifissi evidenzia, inoltre, diverse peculiarità. Lo splendido sposalizio tra musica della tradizione e rumore costituisce una fondamentale scelta espressiva che mette in dialogo le varie “parti concertanti”, impegnate in un fitto – e complesso – scambio tematico a più livelli: «fra suoni in campo e fuoricampo, fra suoni diegetici ed extradiegetici e, ovviamente, fra suono e immagine»[8]. Noel Burch si spinge addirittura oltre: «Arriveremmo a sostenere che senza la parte musicale della sua colonna sonora, Gli amanti crocifissi sarebbe un film minore (perché per quanto sia commovente il racconto di Chikamatsu, la plasticità del film è ben lontana da quella di L’Intendente Sanshô o di Vita di O-Haru, donna galante), ed è proprio questa colonna, e questa sola, che ne fa quasi un capolavoro[9]».


[1] AA.VV. “Un almanac des anciens temps”, in Les tragedies bourgeoises, Cergy, Publications Orientalistes de France, 1992, tomo 3.

[2] Dario Tomasi, Kenji Mizoguchi, Il Castoro Milano, 1998, p. 150.

[3] Antonio Santos, Kenji Mizoguchi, Cátedra, Madrid, 1993, p. 327.

[4] Ibid.

[5] Dario Tomasi, Kenji Mizoguchi, cit., p. 151.

[6] Valerio Carando, Kenji Mizoguchi - Ugetsu Monogatari(1953). Riflessioni sparse.

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[7] Ibid.

[8] Ivi, pp. 152-153.

[9] Noel Burch, Prassi del cinema, Pratiche, Parma, 1980, p. 99.

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domenica, 27 luglio 2008

Aden Arabie«Avevo vent'anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita»: le parole con cui Paul Nizan apre il suo capolavoro letterario, Aden Arabie (1931), hanno assunto, di generazione in generazione, la statura del manifesto. Dal 1960, anno in cui l’amico e complice Jean-Paul Sartre decide di rinfocolare il dibattito intorno all’opera, sono stati molti i contestatori, i non allineati, in una parola, gli outsiders, a sentirsi chiamati in causa dalla tumultuosa polemica che lo scrittore parigino, morto in guerra nel 1940, aveva – senza dubbio volontariamente – innescato con quella primordiale staffilata.

Gli anni Sessanta, in Italia, segnano l’avvento dei primi registi cresciuti a pane e nouvelle vague. Sono giovani e, soprattutto, arrabbiati. Alla spensieratezza dei vent’anni oppongono l’impegno di chi già avverte il peso delle proprie responsabilità. Alla teoria cinematografica preferiscono la pratica, che, come la stessa nouvelle vague insegna, rivela una duplice matrice: etica, ma soprattutto, estetica. L’intento comune? Rompere una volta per tutte con il cinema dei padri – quello che i francesi avevano definito con acuto spirito di disapprovazione cinéma de papa –, narratologicamente e formalmente «vecchio». In realtà, i film di René Clément, di Jean Delannoy e di Claude Autant-Lara, succulenti e puntuali bersagli dei Cahiers in generale e di Truffaut in particolare, erano molto spesso di tutt’altro che infimo livello. Jeux interdits (1951) di Clément è, addirittura, un piccolo capolavoro. Ma questo è un altro discorso, con tutta probabilità legato all’inevitabile ed insidiosa logica del «senno di poi».

Bernardo Bertolucci esordisce nel 1962, a soli ventun anni. Il film è La commare secca, progetto accarezzato, in origine, da Pasolini. Il poeta friulano, innamoratosi dell’idea di Accattone, perde ogni interesse nei confronti del soggetto precedente, che resta per più di un anno nel cassetto dei produttori. Sarà proprio il giovane Bertolucci, primo assistente di Pasolini, a vedersi affidato il compito di realizzare il film, sull’onda dello straordinario exploit commerciale registrato dallo stesso Accattone.

Molti hanno parlato de La commare secca come di un film «pasoliniano». Erroneamente. Perché, come le pratiche del cinema moderno insegnano, il senso del film va ricercato nelle scelte formali adottate dall’autore, non nell’aspetto più immediato della sua scrittura. Pasolini ha dichiarato, a ragione: «Questo film è stato girato contro di me». A Bertolucci non interessa la pagina scritta, anzi, proprio quest’ultima, curiosamente, diventa il pretesto per polemizzare più o meno bonariamente con l’ingombrante, ma inevitabile, presenza del grande poeta – si pensi al ruolo dell’omosessuale che fischietta con inquietante nonchalance «Faccetta nera». E’ l’approccio stilistico a sbalordire: Bertolucci non ha mai girato nulla prima di allora, eppure è come se non avesse mai fatto altro. La pagina scritta lo trattiene; gli consente di sperimentare, certo, ma solo entro canoni ben stabiliti. Tant’è che con il successivo Prima della rivoluzione (1964), finirà per cercare, attraverso un pretesto narrativo maggiormente consono alla propria sensibilità ideologica, un alibi il più possibile aderente alla sperimentazione tout court.

 

Amo due cose nel cinema: il tempo e la luce. Tutta la vita della signora O-Haru – giovinezza, età matura, vecchiaia – in tremila metri; la Germania dell’ultimo secolo – il ventesimo – nel sublime mediometraggio di Straub; l’unità di tempo in Missione in Manciuria (Seven Women) di Ford: un giorno o due come nelle tragedie; il tempo nei film di Godard […] E la luce. Non si dimentica la luce di un film. C’è una luce in La règle du jeu che annuncia l’inizio della guerra; c’è una luce in Viaggio in Italia che annuncia L’avventura di Antonioni e tutto il cinema moderno; e una luce in À bout de souffle che annuncia gli anni Sessanta. Credo che, in un certo modo, c’è una luce anche in Prima della rivoluzione. Dovrebbe essere un film storico […] Un film storico sull’ambiguità e l’incertezza.[1]

 prima della rivoluzione

E’ Bertolucci a parlare. Tramite queste poche righe è già possibile entrare in contatto con una personalità molto particolare, fra le più originali – e meno «italiane», almeno secondo gli stereotipi vigenti, oggi come ieri – del cinema nazionale. La cinefilia riveste un ruolo di fondamentale importanza nelle pratiche realizzative dei giovani registi, anche in un contesto anomalo come quello nostrano. Bertolucci, insieme a Brass, è certamente il più «francese» fra i nuovi cineasti, colui che pare raccogliere con maggior convinzione la preziosissima eredità godardiana. E’ un regista «che trova, non un regista che cerca»[2], ha scritto il critico Morando Morandini, che a Prima della rivoluzione ha partecipato in qualità di attore. Per questa ragione, anche i riferimenti al cinema di Hawks, Rossellini, Godard, proprio perché trovati e non cercati, appaiono più che mai necessari a definire non solo una personalità molto complessa – quella dell’autore – ma anche a dare l’idea di una precisa politica culturale che in quegli anni, da Parigi a Praga, da Londra a Roma, da Berlino a Budapest, animava ed accomunava schiere di giovani cineasti e cinéphiles.

 

La maggior parte dei cineasti, però, si pongono ancora falsi problemi. Sono come coloro che lottano ancora contro la tubercolosi mentre è già stata inventata la streptomicina e nessuno muore più di tubercolosi. Che cosa intendo dire? Bisogna ogni volta fare il cinema ripartendo da zero. E’ il vero problema che i cineasti devono porsi: che cosa significa filmare?[3]

 

Prima della rivoluzione è un film profondamente metacinematografico, in cui il quesito che Bertolucci pone poco sopra, finisce per trovare una sua suggestiva connotazione formale. Si pensi alla sequenza della camera ottica, l’unica che, significativamente, il regista sceglie di girare a Prima della rivoluzione.colori: qui la natura riproduttiva del dispositivo cinematografico viene esaltata dalla riflessione sul trascorrere del tempo e sulla conseguente possibilità di plasmare, attraverso il mezzo stesso, una sorta di temporalità alternativa. Gina, da una parte, osserva Fabrizio come da una loupe; il ragazzo si esibisce – in una serie di buffonerie slapstick che rimandano non solo ai comici del muto, ma anche al cinema di Tati –, di fatto, innanzi ad un duplice obiettivo: quello diegetico che agevola la visione a Gina e quello extradiegetico di Bertolucci. Un gioco di scopofilia al cubo, qualora si pensi al ruolo esercitato dallo spettatore, il quale, attraverso l’intervento del proprio sguardo, viene a sua volta invitato ad interporre un terzo obiettivo fra sé e le immagini proposte.

«[…]La particolarità del genio di Bertolucci consiste nell’avere creato una matrice di ottiche attraverso le quali permettere allo spettatore la comprensione del particolare linguaggio del cinema, specifico e opposto a quello letterario»[4]: con Prima della rivoluzione anche il cinema italiano trova il suo film-saggio. Un film sul cinema e sul linguaggio innanzitutto. E, in seconda istanza, sulla fine di un’epoca: di lì a poco sarebbe morto Palmiro Togliatti, solido punto di riferimento per una generazione che aveva creduto veramente di poter cambiare il mondo. E che invece, come il disilluso protagonista del film testimonia, da quello stesso mondo, ha finito per essere inesorabilmente fagocitata.

Fabrizio, al termine del proprio percorso, accetta i compromessi imposti dalla classe a cui appartiene. Gina no. Il suo «non voler scendere a patti» con il perbenismo familiare è reso abilmente nel corso della sequenza che chiude il film. E’ qui che l’autore dichiara definitivamente la propria fascinazione per il personaggio interpretato da Adriana Asti. Connubio interessantissimo quello fra Bertolucci e Gina: laddove l’incesto – per di più reiterato – diventa un impulso alla sovversione di un particolare ordine costituito, ecco che un atto all’apparenza tanto riprovevole si trova ad assumere le dimensioni eroicamente trionfali e, se vogliamo, quasi sacrali dell’iconoclastia antiborghese.

I pugni in tascaMarco Bellocchio, l’altro enfant terrible del cinema italiano, esordisce nel 1965 con I pugni in tasca. Molti intellettuali e critici presessantottini vedono nel film il principale manifesto cinematografico della rivoluzione. In realtà, ad uno sguardo approfondito, l’esordio di Bellocchio evidenzia peculiarità ben più rilevanti e spunti maggiormente complessi[5]. Innanzitutto, rappresenta un momento unico nella storia del cinema italiano: non a caso, come sottolinea Antonio Costa, «l’unico evento che costituisce un precedente significativo al film di debutto di Bellocchio è Prima della rivoluzione di Bernardo Bertolucci»[6]. A differenza di quest’ultimo, però, il primo non lavora tanto sul linguaggio, quanto con il linguaggio. Non è figlio della nouvelle vague, ma di certo cinema americano fuori dai canoni: suoi «padri spirituali» sono il Tod Browning di Freaks (1932), Samuel Fuller, Nicholas Ray. Il suo è un cinema di racconto che, attraverso il dispiegarsi della narrazione, permette alla macchina da presa di penetrare le nevrosi dei protagonisti, di entrare prepotentemente nel cuore e nel cervello di ogni singolo personaggio. E’ un cinema di corpi, in cui non c’è spazio per ipotesi ascetiche: l’Inferno è sulla Terra.

Maurizio Grande avvicina il film di Bellocchio a Dillinger è morto (1969) di Marco Ferreri: «In entrambi i casi ci troviamo dinanzi all’esercizio di stile, alla critica della società contemporanea come stile e come “maniera” piuttosto che come investimento di contenuti saturi di valori storici e sociali»[7]. Per stessa ammissione di Bellocchio, infatti, «la moralità è affidata solo allo stile»[8]. E lo stile del film è consegnato in parte ai risvolti più aleatori del destino. Silvano Agosti, montatore de I pugni in tasca, ricorda come il protagonista «muoia di montaggio»[9]: «Non era previsto in sceneggiatura, ma è stato il film stesso a determinare questa fine»[10]. La vis propulsiva del caso si fa largo anche nello spazio dell’inquadratura, alimentando un processo di osmosi che impedisce il totale discernimento dei materiali di partenza. Lo «stile» di cui parla Bellocchio, quindi, non è solo il frutto di una mediazione cosciente, ma anche – e soprattutto – dell’apertura del testo filmico all’imprevedibilità e all’inafferrabilità del destino. La sequenza finale, che vede la morte di Ale, adotta un approccio formale esplicitamente cronachistico. LouI pugni in tasca. Castel improvvisa i folli movimenti che precedono la morte del protagonista. La macchina da presa lo segue, respira con lui, improvvisando anch’essa una sorta di danza sbilenca sulle note di Sempre libera degg’io. Ale esce più volte dall’area di ripresa, mentre la camera cerca costantemente di non perderlo, di stargli addosso, di registrare questo suo ultimo e bizzarro singulto di vita. Sembra un brano di cinéma-verité – casualmente «catturato» nell’istante in cui l’azione, non ponderata, va compiendosi – che, all’ultimo, devia in direzione di un espressionismo del tutto inatteso. La scelta della camera a spalla è eloquente: l’improvvisazione investe non solo Ale e la macchina da presa, ma anche, analogamente alla camera ottica di Prima della rivoluzione, chi guarda il film.

E’ il destino, per mano dell’operatore, a governare la ripresa. Ed è sempre il destino a guidare l’occhio fremente dello spettatore: parafrasando Deleuze, è il cervello a farsi schermo[11].

Sandro Bernardi racconta come anche le dinamiche fra i personaggi fittizi fossero fortemente condizionate dalle situazioni che coinvolgevano gli attori fuori dal set:

 

Castel scoppiava a ridere in modo irrefrenabile, violento, immotivato, costringendo tutta la troupe ad interrompere le riprese o dando viceversa al regista l’ispirazione per una particolare scena. Mentre la Pitagora in generale lo imitava, lasciandosi trascinare nelle lunghe risate, Masé si inibiva, si irrigidiva, rimproverava Castel, a volte lo schiaffeggiava, per riportarlo al lavoro. Siamo già dentro il film[12].

 

I personaggi della pellicola sono cadaveri ambulanti, su di loro aleggiano funesti presagi di morte già a partire dalla prima sequenza, ma l’entusiasmo, la vitalità con cui Bellocchio apre all’improvvisazione – e, quindi, alla vita – crea una catena di contrasti palpabili ed emotivamente scioccanti.

Altra fonte di contrasto è rintracciabile nel gioco identificativo tra regista e protagonista. All’epoca, ci fu chi volle vedere nel rapporto Ale/Bellocchio un legame di forte complicità. Oggi, tuttavia, tale tesi non può che apparire ingenua, oltre che estremamente datata. Osserva a questo proposito Emiliano Morreale: «La prima mossa che fa Bellocchio è proprio esorcizzare l’identificazione tra autore e personaggio, infrangere il triangolo attore-spettatore-regista che in alcuni momenti pare costitutivo della nuova figura del regista in quegli anni»[13]. L’autore lotta contro il protagonista, così come si trova a combattere tutto il nucleo familiare che contribuisce a rappresentare. Contrariamente al Bertolucci di Prima della rivoluzione – che trovava i suoi corrispettivi cinematografici in Fabrizio e, soprattutto, in Gina – Bellocchio si rifiuta in partenza di plasmare un personaggio che gli faccia da portavoce. Se Ale, nella sua furia iconoclasta, appare come un piccolo grande mostro, non gli è da meno il fratello Augusto, il quale, nella presunta «normalità» che lo caratterizza, agevola inconsapevolmente l’immagine in disfacimento di un’intera classe sociale. Augusto è anche il personaggio con cui lo spettatore riesce più facilmente ad identificarsi. La sua ostentata «normalità» non fa altro che amplificare la latente mostruosità della nuova borghesia, alla quale il pubblico del boom è già orribilmente assuefatto.

Bertolucci, tramite il personaggio di Puck, salutava con struggente partecipazione l’apocalisse della civiltà rurale. Bellocchio, attraverso Augusto, priva lo spettatore borghese delle sue più intime certezze, proclamando, di fatto, un’altra apocalisse: quella della piccola borghesia provinciale, legata indissolubilmente ad una visione classista e repressiva del potere sociale.

Mai, in campo cinematografico, si erano visti due ventenni ispidi e disillusi quanto Bertolucci e Bellocchio. Nizan, a poco più di vent’anni dalla morte, aveva trovato due splendidi ed accorati discepoli.



[1] B. Bertolucci in «L’Avant-Scène», n. 82, juin 1968; poi in M. Morandini (a cura di) Prima della rivoluzione 30 anni dopo, Anteprima per il cinema indipendente italiano, Bellaria, 1994, p. 5.

[2] M. Morandini, Prima della rivoluzione, in «Cinématographie Française», mai 1964; poi in M. Morandini (a cura di) Prima della rivoluzione 30 anni dopo, cit., p. 20.

[3] B. Bertolucci in «L’Avant-Scène», n. 82, juin 1968; poi in M. Morandini (a cura di) Prima della rivoluzione 30 anni dopo, cit., p. 5.

[4] T.J. Kline, I film di Bernardo Bertolucci, Gremese, Roma, 1994,  p. 19.

[5] Bellocchio stesso ha dichiarato: «I pugni in tasca era stato interpretato più politicamente di quanto in realtà non fosse» (Sandro Bernardi, Marco Bellocchio, Il Castoro, Milano, 1998, pp. 5-6).

[6] A. Costa, Marco Bellocchio. I pugni in tasca, Lindau, Torino, 2005, p. 60.

[7] M. Grande, Eros e politica. Sul cinema di Bellocchio, Ferreri, Petri, Bertolucci, Paolo e Vittorio Taviani, Protagon Editori Toscani, Siena, 1995, pp. 45-46.

[8] Adriano Aprà e altri (a cura di), Intervista con Marco Bellocchio, «Filmcritica», n. 161, ottobre 1965, p. 448; poi in A. Costa, Marco Bellocchio. I pugni in tasca, cit., p. 126.

[9] Franca Faldini, Goffredo Fofi, L’avventurosa storia del cinema italiano raccontata dai suoi protagonisti, Feltrinelli, Milano, 1981, p. 233.

[10] Ibid.

[11] Gilles Deleuze, Il cervello è lo schermo in Che cos’è l’atto di creazione?, Cronopio, Napoli, 2006, p. 25.

[12] S. Bernardi, Marco Bellocchio, cit., p. 32.

[13] E. Morreale, I pugni in tasca in A. Aprà (a cura di), Marco Bellocchio. Il cinema e i film, Marsilio, Venezia, 2005, p. 139.

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Pubblicato anche sul n. 6 di Cinem'Art (Agosto-Settembre 2008):

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domenica, 08 giugno 2008

Dino Risi

Il cinema: una donna nuda e un uomo con la pistola. Qualcosa a metà tra l'orologeria di precisione e la tratta delle bianche.

I cinematografi: supermercati che vendono amore e paura.

Dino Risi  (1917-2008)

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venerdì, 30 maggio 2008

Il divoIl Divo è, insieme a Il Caimano di Nanni Moretti, la pellicola italiana più importante degli ultimi dieci anni. Inutile negarlo: al di là dei suoi incommensurabili meriti a carattere estetico, il film riesce a plasmare (laddove altri hanno miseramente fallito) un’epopea tanto lucida quanto sconvolgente sulla débacle morale, sociale, politica del Belpaese.

Il protagonista, Giulio Andreotti, è un uomo di potere capace di un cinismo ed una perfidia senza pari, il tutto dietro ad una maschera garbata, affabile e, ça va sans dire, estremamente bonaria. In riferimento al Nostro, Oriana Fallaci ha scritto: «Il vero potere non ha bisogno di tracotanza, barba lunga, vocione che abbaia. Il vero potere ti strozza con nastri di seta, garbo, intelligenza». Autore di spiazzanti aforismi quali «Nei libri gialli il colpevole si trova sempre. Nella vita un po’ meno» o «Sappiamo dal Vangelo che quando fu chiesto a Gesù che cosa fosse la verità, lui non rispose», Andreotti, sette volte Presidente del Consiglio, è l’inquieto (ed inquietante) portavoce di un potere autoritario ed ampiamente radicato. Un potere che, di fronte alle minacce più insidiose, non esita a meditare, sottobanco, l’eliminazione fisica dell’avversario: il «divo Giulio» come Nosferatu, che dal sangue di chi lo circonda, trae copiosa quanto necessaria linfa vitale.

Sorrentino riesce a penetrare la fragile caricatura, lavorando, proprio nei momenti di maggior tensione, intorno all’umanità del personaggio. La sequenza che vede Andreotti e la moglie Livia (in abiti domestici, superbi Toni Servillo e Anna Bonaiuto) prendersi per mano di fronte ad un’esibizione televisiva di Renato Zero è, in un primo momento, palesemente farsesca. Il regista, poi, si avvicina allo sguardo della donna, esplorando, in soggettiva, il volto invecchiato del protagonista, scavando nelle rughe e nelle impenetrabili espressioni di quel volto a tutti familiare ma, al contempo, profondamente enigmatico. E’ uno dei momenti più emozionanti del film.

Il merito maggiore della pellicola, però, è quello di non aver preso a pretesto il cinema al fine di veicolare l’immagine di un Paese allo sfascio. E’ un cinema che si nutre di cinema quello di Sorrentino. Pertanto, ogni «idea» nasce da una codificazione formale molto meditata, già in fase di scrittura.

Il Divo resterà, oltre le immaginabili polemiche che potrà scatenare: oggi, 28 Maggio 2008, è già un pezzo di storia del cinema.

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lunedì, 26 maggio 2008

 Ejzenštejn ammirava nel teatro kabuki la coesione delle sensazioni visive, auditive, spaziali, che creano “un’immensa e totale provocazione del cervello umano”. I  racconti della luna pallida d’agosto sono la sublime illustrazione di tutto questo.

(André Bazin)

 

 [I racconti della luna pallida d’agosto] è allo stesso tempo il mito greco dell’Odissea e la leggenda celtica di Lancillotto, uno dei più belli tra i poemi di avventura e passione, uno dei canti più fervidi che mai siano stati composti a onore della rinuncia e della fedeltà, un inno all’Unità e contemporaneamente alla diversità delle apparenze.

(Eric Rohmer)

 

 Si finisce con lo scordare il cinema e con lo scordare il Giappone, si finisce per credere di aver toccato la pura bellezza.

(Louis Marcorelles)

 

 

I racconti della luna pallida d’agosto è liberamente ispirato ai racconti di Ueda Akinari (1734-1809)[1].

Il film più internazionalmente celebrato di Mizoguchi evidenzia al primo impatto una importante particolarità: l’intrusione di un elemento soprannaturale, che non rileva alcun tipo di corrispondenza con le opere precedenti. Elemento fantastico che Mizoguchi non manca di fondere insieme alla più consolidata estetica del teatro classico giapponese. Il personaggio di Wakasa, infatti, è di diretta provenienza teatrale. Non a caso, l’erotico fantasma seduce Genjuro attraverso una tipica danza della tradizione, così come i trucchi e le vesti che lo avviluppano sono di chiara ispirazione noh[2]. L’elemento fantastico è però molto più diffuso di quanto finora accennato. Dario Tomasi ricorda

 

la scena del lago, con la barca del pescatore scambiata per una nave fantasma e con l’attento gioco visivo delle nebbie che fa apparire le imbarcazioni come fossero fantasmatiche sovrimpressioni; la seconda apparizione di Wakasa che interrompe Genjuro mentre immagina di vedere coi propri occhi Miyagi a fianco di una bottega in città – quando lei, in realtà, è nel villaggio natìo –; il gioco delle ombre che si sostituiscono alla materialità dei corpi dei personaggi; le attente variazioni di luce che disegnano continui passaggi dal mondo della realtà a quello del fantastico; l’apparizione del fantasma di Miyagi, uno dei momenti più celebrati del film: Genjuro ha appena varcato la soglia della casa che gli – e ci – appare vuota; la macchina da presa lo accompagna mentre la attraversa, lasciandolo poi uscire da una seconda porta. A questo punto, la cinecamera ritorna sui suoi passi, scoprendo al centro della stanza, Miyagi, improvvisamente materializzatasi. Senza il ricorso ad alcun trucco e tramite la più realistica delle opzioni linguistiche, il long take, Mizoguchi dà qui magicamente vita a uno straordinario momento di puro fantastico[3].

 

Queste ultime righe ci portano anche a considerare il fondamentale ruolo giocato, all’interno del film, dalla percezione dello spazio e del tempo. La sequenza-chiave, sotto questo profilo, è quella che ritrae Genjuro e Wakasa presso un locus amenus di notevole suggestione. Lui è immerso nelle calde acque avviluppate dal verde della vegetazione, lei, in un atto di estrema PDVD_037tensione erotica, gli sta lavando la schiena inginocchiata su di un masso. Nel momento che vede Wakasa spogliarsi del proprio kimono per unirsi a Genjuro in un impetuoso rapporto carnale, la macchina da presa inizia ad esplorare, sempre più vorticosamente (e qui l’allusione simbolica all’atto che si sta per consumare appare evidente) il terreno che circonda i due amanti, fino a giungere, tramite un finto piano-sequenza ed un salto temporale volutamente imprecisato, ad un altro momento della loro relazione. Spazio e tempo sembrano annullarsi nell’universo de I racconti della luna pallida d’agosto. Tutto è vicino ma al contempo lontano, come sembra affermare la natura stessa di Wakasa, fantasma dalla tentazione facile, spirito di immane concretezza. Assistiamo al trionfo degli ossimori e, di conseguenza, dei nostri molteplici (e spesso inascoltati) moti interiori.

Allo sfrenato desiderio (in)corporeo dell’eros incarnato dalla splendida Wakasa, fa da contrappunto la storia d’amore che unisce in una sorta di estasi mistica Genjuro e Miyagi. Sin dal principio, I racconti della luna pallida d’agosto insistono sull’amore fra i due personaggi, nonostante le rimarcate differenze: Genjuro è ossessionato dall’ansia del guadagno, mentre Miyagi vede nella famiglia l’unico vero quid della propria esistenza. Quando Genjuro viene a conoscenza della morte di Miyagi si unisce a lei per sempre in un rapporto che ha dell’ascetico. Appare evidente, quindi, la dicotomia cui è soggetto il personaggio di Genjuro: da una parte la carnalità più sfrenata ed appagante, dall’altra, l’estasi del sentimento puro, aereo, incondizionato.

L’opposizione tra vita e morte, realtà e sogno, incontra, secondo Antonio Santos, una giustificazione simbolica nel titolo originale del film (e della raccolta di racconti cui il film si ispira)[4], il quale associa due elementi naturali che paiono condividere una similare connotazione esoterica: la luna e la pioggia. Nel film non piove, né appare mai l’immagine della luna. Come principi femminili e vincolati dall’esperienza extrasensoriale, dobbiamo identificare il loro significato metaforico con le due fantasmagorie che pendono sulla vita di Genjuro[5]. La luna evoca metaforicamente la bellezza e l’intensità della luce nel bel mezzo delle tenebre. Non è pertanto difficile relazionarla con Miyagi e Wakasa[6], simboli opposti di un aldilà solo apparentemente intangibile. La luna è anche il simbolo primigenio del sogno, dell’incosciente[7].

La pioggia, l’acqua che scende dal cielo, è un principio femminile vincolato alla fecondazione e all’immagine del rinnovamento[8]. Secondo la tradizione hindù, gli spiriti ultraterreni discendono dalla luna sulla terra dissolti in gocce di pioggia. Nel caso di Genjuro, è possibile relazionare l’immagine dell’ “acqua che discende dal cielo” con l’estasi incorporea che lo mette in contatto con l’altra dimensione, attraverso la protezione materna di Miyagi[9].

La coppia Tobei/O-Hama, invece, si presenta come un doppio caricaturale di quella formata da Genjuro e Miyagi[10]. Sin dall’inizio le differenze fra i due vengono esteriorizzate il più possibile, tramite l’esasperazione dei contrasti. Anche nel corso dell’ultima sequenza, all’evoluzione morale di Genjuro, tutta interiore, corrisponde, sull’opposto versante, l’irruenza fisica, tutta corporale, di Tobei.

Sotto il profilo stilistico, I racconti della luna pallida d’agosto evidenziano un’inversione di tendenza rispetto al precedente Vita di O-Haru, donna galante: Mizoguchi torna a sperimentare le funzioni espressive del montaggio[11]. Particolarmente intensa è la scena in cui Genjuro si separa da Miyagi e da Gen’ichi, girata secondo il classico ricorso al campo/controcampo, anche se «la macchina da presa rimane pur tuttavia a una certa distanza»[12]. I racconti della luna pallida d

I piani-sequenza (anche quelli «artificiali», come abbiamo già avuto occasione di evidenziare) e long take, comunque, non mancano. Fra i tanti (da ricordare quello che ritrae la straziante morte di Miyagi[13]) particolarmente toccante appare l’ultimo, che contribuisce a chiudere il film. Gen’ichi, su esortazione del padre, omaggia la tomba della madre con un fiore, dopodichè, attraverso un lento movimento di gru, la macchina da presa apre lo sguardo sulla vallata circostante. Oltre lo schermo, oltre il cinema. Verso l’infinito.



[1] Ulteriore fonte d’ispirazione per Mizoguchi è stata la novella Décoré di Guy de Maupassant (Tomasi, 1998).

[2] Dario Tomasi, Kenji Mizoguchi, Il Castoro, Milano, 1998, p. 139.

[3] Ivi, p. 140.

[4] Ueda Akinari, I racconti di pioggia e luna (prima edizione italiana: Marsilio, Venezia, 1988).

[5] Antonio Santos, Kenji Mizoguchi, Cátedra, Madrid, 1993, p. 298.

[6] Ibid.

[7] Ibid.

[8] Ivi, p. 299.

[9] Ivi, p. 300.

[10] Dario Tomasi, Kenji Mizoguchi, cit., p. 141.

[11] Ivi, p. 142.

[12] Ibid.

[13] Ivi, p. 143.

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venerdì, 07 marzo 2008

Grande grosso e... VerdoneGrande Carlo Verdone. Grandissimo. Dopo una lunga ed altalenante carriera, ecco il film della maturità. Il film definitivo, forse. Quello che, più di ogni altro, ci invita a contemplare silenziosamente il marcio in cui, volenti o nolenti, ci muoviamo e nel quale umiliamo, giorno dopo giorno, le nostre alienanti esistenze. Leo, Callisto, Moreno: una vittima e due carnefici. Distanti nelle movenze, nei temperamenti e nelle rispettive inclinazioni, ma non nell’approssimativa affezione ai più stantii valori della mentalità piccolo-borghese. Forse per la prima volta, Verdone ritrae i suoi personaggi con l’impietoso cinismo al quale la commedia di costume non dovrebbe mai rinunciare. Così Leo si affida all’impresario delle pompe funebri più irriverente che si sia mai visto, Callisto trascorre le proprie nottate insonni fra video pornografici e prostitute minorenni, Moreno, vero e proprio monumento vivente alla cafonaggine, sperpera centinaia di euro in mance perché a Taormina «si nun fai così, nun sei nessuno». Ne esce uno studio antropologico (non me ne vogliano gli antropologi) repellente quanto basta, all’interno del quale non sembra esserci spazio per la speranza o per i buoni sentimenti.

Verdone è anche un regista particolarmente attento ai dettagli. Nel suo universo autoriale, tutto può concorrere a deformare la realtà ed a raccontare con maggior dovizia di particolari gli iperbolici tic dei protagonisti: dal centrino ricamato su cui è posto il telefono di Leo, alla ciabatta a strappo di Moreno. Dettagli, appunto, che conferiscono alla messa in scena un carattere unico, di sorprendente efficacia.

Grande grosso e… Verdone è anche il film che permette all’autore/attore di misurarsi con un’interpretazione memorabile, forse la più straordinaria (e controversa) dai tempi di Un sacco bello: Callisto Cagnato, protagonista del secondo episodio, rivela sfumature ideologiche abbastanza ardite (tutto fa pensare che sia di destra) e Verdone si diverte a demolirlo, con spietata disinvoltura. Ancora una volta, e visti i tempi, chapeau.

 

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giovedì, 14 febbraio 2008

Il BidoneQuando otto anni fa realizzai L'Eterno Vitellone, documentario di montaggio dedicato all'opera di Federico Fellini, liquidai molto rapidamente il discorso relativo a Il Bidone (1955). In effetti, all'epoca, avevo inquadrato il film del Maestro come il meno personale della sua multiforme carriera, anche e soprattutto a causa dei numerosi tagli imposti dalla produzione. Molti altri studiosi, nel corso dei decenni, si saranno domandati quale impatto avrebbe avuto sulla storia del cinema felliniano un Bidone privo di quelle manomissioni esterne che ne hanno successivamente determinato lo sfortunato destino (fallimento al botteghino compreso): ogni risposta in questo senso è tuttora destinata a rimanere frustrata.

Fellini stesso non amava riportare alla mente l’esperienza vissuta con Il Bidone, lo scempio cui era stato sottoposto il suo film lo amareggiava ancora a distanza di molti anni. Il regista riminese, a tal proposito, rese alla giornalista americana Charlotte Chandler una preziosa testimonianza:

Come poi risultò, il film era troppo ambiguo per il pubblico; se non altro, così disse il produttore, che pretese di accorciare la versione originale che durava due ore e mezzo, il che però non lo rese meno ambiguo. Mi fu detto che era necessario se volevo avere una qualche possibilità al Festival di Venezia di quell’anno. Per me non era un motivo sufficiente, ma i produttori sembrano amare i festival cinematografici. Ricevimenti. Ragazze. Quel che venne ignorato - peggio che ignorato - è che fui costretto a tagliare ulteriormente per ridurre la durata prima a 112 minuti, poi a 104 e a meno ancora, perché così esigeva la distribuzione in America. Là venne proiettato solo dopo i successi de Le notti di Cabiria, La dolce vita e Otto e mezzo. Tagliare Il Bidone fu per me un’esperienza molto triste e senz’altro lo danneggiò. Non volevo tagliarlo. Quando lo avevo completato era il mio film, quello che avevo fatto io. Costretto a tagliare, non ero sicuro su cosa togliere. In altri momenti avrei tagliato altre parti. Qualsiasi cosa eliminassi, sapevo che più tardi avrei avuto dei rimorsi. Feci il “taglio finale” ma ormai nulla importava più.  (1)

Il peso di questi sofferti tagli si fa sentire: alcuni personaggi si perdono nel nulla, altri vengono pesantemente penalizzati nelle rispettive psicologie. Ciò non toglie, però, che Il Bidone sia un grande film, sicuramente fra i più complessi del primo Fellini.

Il perno concettuale intorno al quale gravita l’intera narrazione è identificabile nella menzogna. Menzogna come filosofia di vita, che muove le fila del racconto con straniante disinvoltura, ma anche come ideologia, in grado di compromettere per sempre la più antica delle istituzioni, la famiglia. Augusto (Broderick Crawford) ha perso moglie e figlia, Picasso (Richard Basehart) vive sul filo del rasoio con il costante timore di essere smascherato, Roberto (Franco Fabrizi) ha definitivamente rinunciato all’idea di accasarsi. Personaggi e situazioni che nelle mani di un Albert Simonin o un Auguste Le Breton si sarebbero trasformate in puntute armi da guerra à jeter contro l’insostenibilità dei falsi valori borghesi, assumono invece nel moralista Fellini una dimensione di tragica commiserazione. Gli intenti iniziali del regista erano evidenti:

Una scena che cercai di salvare senza successo fu quella in cui Iris, che ha lasciato Picasso, affronta Augusto rimproverandolo per la vita criminosa del marito, e lui si difende con la propria logica distorta ma profondamente radicata.

In questa scena Augusto la incoraggia a riprendere il marito con sé. L’avvisa che Picasso, una volta lasciato libero, non tornerà più da lei e dal figlio perché “la libertà è troppo bella”. La sua teoria è che Iris non avrebbe lasciato il marito, anche se lui la manteneva con mezzi disonesti, se fosse stato un uomo di maggior successo. Le dice che un uomo che ha i soldi è tutto e uno che non ne ha è nulla.

All’origine questa era una scena madre, ma quando dovetti tagliare scomparve assieme a tante altre(2)

L’essenza di un’altra potenza affabulatrice, questa volta visiva, gustosamente metacinematografica, si imporrà, come è noto, al centro della successiva produzione felliniana, quella che, da Otto e mezzo in poi, affonderà la propria logica concettuale nell’ ingegnosa fascinazione per il meraviglioso.

Il Bidone evidenzia in molti momenti-chiave una notevole asciuttezza narrativa. La periferia che fa da sfondo alle truffe dei tre protagonisti è dipinta con un amore che solo Pasolini, poco più tardi, sarebbe stato in grado di rinvigorire, stilizzandone con profonda originalità caratteri ed umori. La scena del veglione di Capodanno, agli antipodi, “sembra anticipare il mondo – talvolta equivoco – della Dolce vita(3), ma anche operare un recupero di alcune suggestioni remote ai limiti dell’espressionismo, prima fra tutte la memorabile carnevalata immortalata nell’imprescindibile I vitelloni (1953). Il Bidone rappresenta, sotto questa ottica, il fondamentale crocevia atto ad agevolare un fertile rapporto di comunicazione tra i primi capolavori del regista e quelli, assai più celebrati, della maturità.

Anche la scelta degli attori pare non essere casuale. Franco Fabrizi incarna ancora una volta lo sfacciato tombeur de femmes che ne I vitelloni rispondeva al nome di Fausto e che qui si chiama Roberto. Lo stesso Fellini non nascose di aver voluto alimentare un rapporto di continuità tra i due film:

Franco Fabrizi, dopo l’eccellente interpretazione del dongiovanni Fausto ne I vitelloni, era l’ideale per lo stesso tipo di personaggio ne Il Bidone. Avevo persino visualizzato la possibilità che Fausto avesse lasciato moglie e figlio per seguire il cognato Moraldo – il personaggio che più o meno rappresentava me – nella grande città. E qui si era messo a fare il truffatore come Roberto.  (4)

Richard Basehart e Giulietta Masina tornano a lavorare insieme dopo il successo planetario de La strada (1954), ribaltando i caratteri essenziali dei personaggi interpretati precedentemente. All’inconsapevole ingenuità di Gelsomina fanno qui da contrappunto la consapevolezza e l’integrità morale di Iris, così come alla disinteressata bontà del Matto, viene qui contrapposta la malafede – nonostante un pentimento finale di dubbia autenticità – di Picasso.

Ma è Broderick Crawford ad incarnare il personaggio più ambiguo:

Alla fine nel suo personaggio lasciai alcune ambiguità sulle quali lo spettatore potesse meditare. Stava cercando di ingannare i colleghi perché voleva restituire i soldi alla ragazza storpia che ne aveva un disperato bisogno oppure voleva consegnarli alla figlia perché potesse pagare la cauzione per il lavoro oppure semplicemente voleva tenersi tutto per sé? (…) Ritengo che sia essenziale che il pubblico alla fine si ponga delle domande, e che non tutto gli sia chiaro.  (5)

Anche il suo presunto pentimento finale, quel sussulto che lo esorta ad ansimare uno stentato “Vengo con voi” rivolto ai bambinelli di passaggio, non è altro che un cinico inganno? L’ultimo inganno, forse, che il personaggio di Augusto riserva a se stesso, con scrupolosa meticolosità. Oppure, proseguendo nelle ipotesi, il primo – ed ultimo – istante sincero della propria esistenza. Fellini immerge Broderick Crawford, strepitoso volto del cinema americano, in un locus amenus di chiara ispirazione cinefila – la fascinazione per i paesaggi brulli del western fordiano è più che mai esplicita –, plasmando una temporalità alternativa, quasi mitica, volta a dilatare gli istanti che separano gli ultimi singulti del personaggio dall’incombenza di una morte ormai certa. Augusto come Zampanò: un sottile fil rouge intreccia i destini delle due maschere felliniane; se il personaggio interpretato da Anthony Quinn ne La strada cerca – quando è irrimediabilmente tardi – un’improbabile redenzione, nello smarrimento di Augusto è possibile rintracciare un’analoga quanto fallimentare aspirazione al riscatto.  

Il protagonista de Il Bidone è circondato da un’ aura di inquietante predestinazione; la sua morte, in fondo, non ha nulla di imprevisto. Si pensi all’indicativa sequenza in cui Picasso, completamente ubriaco, si rivolge ad Augusto ponendogli un sibillino quesito: “Non hai paura?”. Fellini trova a questo punto una soluzione stilistica di grande efficacia, proiettando l’ombra deformata del protagonista accanto al corpo dell’inebetito interlocutore. Ecco che il dialogo finisce per culminare in un confronto, ovviamente impari, fra un essere umano ed un fantasma. Da una parte, un essere umano che ha preso la decisione di lasciare il milieu, dall’altra, un fantasma che ha ormai rinunciato a lottare contro la fatalità del destino. Anche l’ultimo sguardo che il protagonista rivolge alla figlia prima di allontanarla bruscamente da sé ha tutta l’aria di essere un addio, il più straziante, forse, di tutto il cinema felliniano.

Il Bidone è, senza mezzi termini, un film sull’incombenza della morte. Lo sguardo che Fellini getta sui suoi personaggi non lascia scampo. E’ cupo, terribilmente tetro. La mitologia del fallimento non è mai stata così lontana: da questa sponda dell’Atlantico, gli uomini muoiono e basta.
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Note:
(1) Charlotte Chandler, Io, Federico Fellini, Mondadori, Milano, 1995, p. 142
(2) Ivi, p. 143.
(3) Mario Verdone, Federico Fellini, Il Castoro, Milano, 1995, p. 43.
(4) Charlotte Chandler, Io, Federico Fellini, cit., p. 140.
(5) Ivi, p. 141-142.
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mercoledì, 13 febbraio 2008

Mizoguchi_KenjiKenji Mizoguchi è stato uno dei più grandi registi della storia del cinema. Poco frequentata in Italia, amata visceralmente dai cinéphiles di mezzo mondo, la sua opera ha rappresentato un momento fondamentale nell’ampliamento dei canoni estetici tipici del cinema moderno.

In occasione del Convegno di Studi Lo Sguardo dei Maestri (Udine, 1-2 Febbraio 2008), dedicato nella sua decima edizione al cinema del Maestro nipponico, abbiamo incontrato, non senza un briciolo di emozione, il grande Jean Douchet. Redattore storico deijeandouchet «Cahiers du cinéma» negli anni di Truffaut, Godard, Rohmer, Rivette e Chabrol, nonché originale cineasta (l’episodio Saint-Germain des Prés nel film collettivo Paris vu par...) ed attore (compare in opere epocali come À bout de souffle di Godard, Les 400 coups di Truffaut, Céline et Julie vont en bateau di Rivette, La maman et la putain e Une sale histoire di Eustache, ma anche, più di recente, in La reine Margot di Chéreau, Sit-com di Ozon e Jardins en Automne di Iosseliani), Douchet ha rappresentato, nel campo della teoria cinematografica, una delle menti più fertili e straordinarie del secondo Novecento.

 

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Jean Douchet e Valerio Carando Jean Douchet e Valerio Carando
Foto Copyright © Paolo Jacob


D. Come ha scoperto il cinema di Mizoguchi? 

R. Con Ugetsu Monogatari [titolo francese: Les contes de la lune vague après la pluie n.d.r.], quando uscì a Parigi, doveva essere il 1955 o il 1956. E’ così che l’ho scoperto. Qualcuno aveva visto il film nei Festival, sui «Cahiers du cinéma» se ne parlava già a partire dal 1953, ma solo nel 1956 ne abbiamo compreso appieno l’importanza.

 

D. Chi è stato Mizoguchi per i redattori dei «Cahiers du cinéma»? 

R. Noi capimmo subito di trovarci in presenza di un grande cineasta, fu  sufficiente la visione dei tre quarti del film [Ugetsu Monogatari n.d.r.] per essere posti di fronte a tale evidenza. L’incontro con Mizoguchi è stato fondamentale, da allora non cambiammo più opinione sul suo cinema. Sui «Cahiers du cinéma» dell’epoca il suo nome si impose subito. Tutti i giovani redattori vollero scrivere un articolo su Mizoguchi: il sottoscritto, Rivette che pubblicò Mizoguchi vu d’ici, Godard, Rohmer, Domarchi, Demonsablon, credo che anche Truffaut abbia scritto qualcosa. Ovviamente, tutti si trovavano d’accordo nel considerarlo un grande cineasta.

 

D. Qual è stata la sua reazione dopo la prima visione di Ugetsu Monogatari? 

R. Magnifico…  fu magnifico, un trasporto unico, è evidente…

 

D. Negli anni ‘60, presentando presso la Cinémathèque Française una rassegna dedicata a Mizoguchi, ha esordito grossomodo così: “Ecco a voi il più grande cineasta del mondo”. Oggi pensa la stessa cosa? 

R. Penso che sia in assoluto uno dei più grandi, da allora non ho rimesso in particolare discussione le mie posizioni. Nessun altro cineasta a questo mondo è riuscito a restituire con tanta maestria tutto ciò che una mise en scène pare essere in grado di esprimere. E’ la perfezione, la quintessenza della regia. Qualora si voglia conoscere la reale essenza della regia cinematografica, si guardi un film di Mizoguchi.

 

Udine, 1 Febbraio 2008.
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