Se Mario Monicelli, da parte sua, rintraccia ancora oggi nella (neanche troppo) velata accezione dispregiativa di «commedia all’italiana» un’interessante annotazione distintiva, Dino Risi, non casualmente, si è sempre dichiarato contrario a tale definizione, opponendole quella più semplice e pura di «commedia italiana»:
Smettiamola di chiamare la commedia che si fa in Italia "commedia all'italiana". Perché questo giudizio riduttivo? Le commedie che si fanno in America si chiamano commedie americane, quelle che facciamo in Italia, su situazioni e problemi nazionali, chiamiamole semplicemente commedie italiane. [1]
Risi ha rappresentato, con tutta probabilità, l’anima più trasparente ed autentica della commedia nazionale. Ha affrontato, nei periodi di maggior fioritura industriale, la commedia alta, per poi sporcarsi le mani, senza rimpianti né falsi moralismi, con i tòpoi più tradizionali della farsa di derivazione plautina. Ha macinato pellicola in notevoli quantità, lasciando in eredità un corpus cinematografico profondamente diseguale, ma di innegabile interesse.
La critica italiana, priva di metodologie solide e fortemente ancorata a sterili approcci di matrice politico-ideologica (un tempo si sarebbe detto, altrettanto approssimativamente, «contenutistici»), si è dimostrata del tutto inadeguata a stabilire un proficuo rapporto dialettico con i testi della commedia. Perché di testi si tratta, è bene non dimenticarlo. Proprio a tal proposito, il filosofo Emilio Garroni, in tempi non sospetti, sottolineava che
Lo strutturalismo non è […] niente di speciale. E' la scienza stessa. E' l'indispensabile abito scientifico che ci consente di studiare i più disparati oggetti, perfino quelli che – secondo una distinzione comune alquanto grossolana – non si prestano ad una conoscenza sistematica rigorosa.
Questo è un punto su cui è utile richiamare l'attenzione. Bisogna sfatare l'idea che, laddove giunge l'indagine strutturalistica, lì il mondo si trasformi in un oggetto rigoroso, perfetto, in un sistema o in una macchina impeccabile. Lo strutturalismo è piuttosto un'ipotesi e un metodo (ipotesi e metodo oggi talmente generalizzati da confondersi con le stesse condizioni comuni della conoscenza scientifica), e come tale funziona anche laddove abbiamo a che fare con fenomeni per certi versi contingenti, casuali, asistematici. Un'unica cosa non si può ammettere: che i fenomeni con cui abbiamo a che fare, di qualsiasi tipo, possano essere contingenti, casuali e asistematici in assoluto o in tutti i sensi; perché, se così fosse, non potremmo avere la più piccola conoscenza, né addirittura una qualsiasi percezione del reale, e ogni impressione sensibile si mostrerebbe come slegata, non interpretabile, non riconoscibile. [2]
Quindi, anche a volerla considerare «grossolana», bozzettistica e formalmente tutt’altro che rigorosa, la commedia italiana non sfugge alla possibilità di un’analisi che, in ogni sua singola declinazione testuale, ne scomponga e ne orienti la relativa struttura [3].
Le due commedie che Risi gira intorno alla metà degli anni ’50, Il segno di Venere (1955) e Poveri ma belli (1956), rappresentano un dittico per molti versi esemplare. Qualora non fosse ancora chiaro, la commedia di costume rintraccia i propri principali motivi di interesse proprio nelle dinamiche stilistiche che agevolano il costante rapporto dialettico fra lo spazio della scena (territorio privilegiato ma non esclusivo della screwball e della slapstick comedy) ed il tempo della Storia (su questo secondo elemento del discorso, croce e delizia della commedia nazionale, è stato già detto e scritto di tutto).
La critica italiana dell’epoca, però, così bolla Il segno di Venere:
[...] i personaggi sono facili e colorati solo in funzione di caratterizzazioni che spesso si avvicinano alla macchietta; le situazioni che li hanno al centro non sono mai molto peregrine e anche quando sembrano rivelare una certa critica di elementi originali, non vanno oltre il facile umorismo, il bozzettismo quasi gozzoniano, il tentativo di nobilitare e cantare le sorti dei volti “sparsi di efelidi leggere”, non appaiono mai compiutamente risolti e finiscono per farsi sommergere dalla leggerezza quasi farsesca di tutto il resto. [4]
Fernaldo Di Giammatteo, recensendo alquanto frettolosamente il successivo film di Risi, non rinuncia al suo consueto sarcasmo:
Poveri ma belli e Noi siamo le colonne [film di Luigi Filippo D’Amico uscito contemporaneamente] nascono da una vena di strafottenza che può turbare i placidi (e onesti) sonni dello spettatore comune. Nonostante le apparenze, svelano un fondo di cinismo e di disprezzo per l’uomo che si vorrebbe dire connaturato alla mentalità stessa dei loro autori. [...] E’ proprio il lieto fine che conferma [...] la fondamentale aridità umana delle storie [...]. Risi e D’Amico, oltre a non aver saputo trasformare le loro marionette in uomini, non si sono accorti che li fanno vivere nella luna, pur pretendendo di dimostrarci che le due città in cui le due storie si svolgono sono effettivamente Roma e Pisa. [5]
Per non parlare di Guido Aristarco, che sulle colonne di «Cinema Nuovo» sembra voler alimentare un’originale polemica tra critici di opposta connotazione ideologica:
Abbiamo letto, per il film di Risi come per altri di Franciolini, Bolognini e Zurlini, aggettivi lusinghieri, oltre a qualche incauto «finalmente» con immancabile punto esclamativo; parole come «garbato», «divertente», «sbarazzino». Qualcuno ha parlato di «pellicoletta», ma ha sùbito aggiunto che è un film «riuscito bene». Ci troviamo di fronte a una terminologia analoga a quella usata per i film rosa del ventennio nero; altra riprova, insieme alla nostra responsabilità di critici e cronisti, che Poveri ma belli è a suo modo una diretta filiazione, se pur lontana nel tempo, di quel cinema anticulturale e antidemocratico. [6]
Sorvolando su ogni possibile manifestazione di dissenso (e tenendo ben presente che, come giustamente sottolinea Lorenzo Pellizzari, «ogni recensione va collocata nel tempo che è stato suo, opportunità, tensioni e speranze comprese» [7]), è chiaro che la critica italiana degli anni ‘50 non sia stata in grado di operare una giusta valutazione delle problematiche in campo.
Il segno di Venere e Poveri ma belli rivelano in controluce una personalità autoriale originalissima. La presente analisi, di matrice prevalentemente narratologica, intende focalizzare la propria attenzione su quegli elementi speculari e su quelle opposizioni che, a ben vedere, sembrano favorire una sorta di tensione dialogica tra le due opere, alimentando, di fatto, la costituzione di un unico, sorprendente macrotesto filmico.
Innanzitutto, il doppio come tòpos: Agnese/Cesira ne Il segno di Venere e Romolo/Salvatore in Poveri ma belli. Le protagoniste del primo film incarnano due modelli di donna radicalmente opposti: bella e corteggiata Agnese, sola e tutt’altro che attraente Cesira. Nell’esaltazione di un binomio femminile tanto singolare quanto pregnante, ecco affacciarsi sull’universo della nascente commedia italiana i due controversi temi del dopoguerra: da una parte, un sottile desiderio di opulenza e di evasione (validamente esemplificati nel corpo divistico di Sophia Loren), dall’altra, l’eredità retroattiva di un regime fallimentare e del secondo conflitto mondiale (la povertà ed il bruciante ricordo della miseria, che trovano una valida cristallizzazione nel corpo antidivistico di Franca Valeri) . Alla bellezza della mediterranea Agnese fa però da contrappunto un assoggettamento patriarcale nei confronti del quale Cesira, lombarda, dimostra una netta disapprovazione: il gioco delle opposizioni e dei caratteri si fa sempre più fitto.
In Poveri ma belli, analogamente, Romolo e Salvatore rappresentano due tipologie maschili del tutto antitetiche (burbero il primo, più bonario ed incline al compromesso il secondo), nonostante lo schema delle opposizioni sia, in questo singolo caso
, meno proficuo del precedente.I rapporti amorosi che scandiscono le schermaglie interne ai due triangoli (Agnese/Ignazio/Cesira ne Il segno di Venere, Romolo/Giovanna/Salvatore in Poveri ma belli), agevolano le riflessioni più interessanti.
Ne Il segno di Venere è un uomo, Ignazio, ad essere conteso da due donne e, di conseguenza, da due fisici e due personalità a loro volta opposte. In Poveri ma belli, al contrario, è una donna, Giovanna, a giostrarsi fra due uomini diversi. Sotto tale profilo, Poveri ma belli presenta un modello erotico del tutto inedito in un contesto piatto e conservatore come quello dell’Italia degli anni ‘50.
Nonostante Giovanna venga in extremis riportata all’ordine (per la gioia dello spettatore democristiano [8]), lungo l’intero corso del film il suo desiderio di indipendenza e la sua scanzonata joie de vivre, soprattutto se messi in rapporto al conformismo ideologico dei due protagonisti, non possono che apparire lievemente spiazzanti, quando non sottilmente eversivi (a prescindere dal fatto che i modi di produzione dell’epoca imponessero di fermarsi all’esibizione di casti baci «a labbra serrate»). Sorta di Mirandolina contemporanea, la protagonista di Poveri ma belli appare inoltre determinata a far valere una personale politica emancipativa che non manca di lasciare perplessi gli uomini del suo milieu, primo fra tutti il padre. In tal senso, Giovanna e Cesira sembrano rivelare una matrice psicologica comune.
Ne Il segno di Venere non viene consumato un reale rapporto a tre, dal momento che la relazione Ignazio/Cesira trova una sua piena concretizzazione solo nelle improbabili fantasie di quest’ultima. L’idillio sentimentale fra Ignazio ed Agnese, al contrario, non esclude l’insinuazione di una sottile componente carnale, dal momento che la ragazza, dopo un’unica e fugace notte d’amore (il cui racconto viene lasciato, come sempre delicatamente, al fuoricampo [10]), confessa all’uomo di essere rimasta incinta.
Ne Il segno di Venere, quindi, nonostante una protagonista ancora sottomessa all’autorità paterna (Agnese), il sesso viene addirittura promosso a deus ex machina dell’intera vicenda. Al contrario, in Poveri ma belli la maggiorata emancipata (Giovanna), pur dispensando baci in quantità, non sembra alimentare dubbio alcuno sulla propria illibatezza. E’ curioso notare, a questo punto, come il padre di Agnese e quello di Giovanna abbiano un unico volto, quello di Virgilio Riento, ma due temperamenti diametralmente opposti: nevrotico ed autoritario il primo, riflessivo quanto bonario il secondo.
I personaggi di Agnese e Giovanna sono oggetto, infine, di un’altra fondamentale opposizione. Prendiamo in esame due sequenze sorprendentemente speculari: il party degli artisti ne Il segno di Venere e la festa di Annamaria in Poveri ma belli. Nel primo caso, Agnese è circuita dai presenti, i quali, in maniera più o meno esplicita, tentano di far colpo su di lei. Nel secondo caso, nonostante un nutrito parterre di invitati, la presenza di Giovanna non sembra turbare più di tanto il regolare svolgimento della serata. Se il corpo di Agnese, quindi, in rapporto allo sguardo maschile, rivela da subito la propria natura di oggetto passivo, Giovanna si impone principalmente come soggetto desiderante attivo. In Poveri ma belli, contrariamente a quanto accade ne Il segno di Venere, il corpo femminile non è sottoposto ad un rigido regime di controllo da parte dello sguardo maschile (almeno fino all’entrata in scena di Ugo): si pensi alla più emblematica delle sequenze iniziali, in cui Giovanna, di fatto, «mette in mutande» i due protagonisti, non prima di essersi sottratta ai loro sguardi indiscreti.
L’elemento estetico-narrativo che sopra ogni altro alimenta il rapporto dialogico tra i due film è, senz’ombra di dubbio, quella sorta di voyeurismo al quale il regista non manca di affidare un’originale funzione metariflessiva. Il segno di Venere si apre sull’immagine di
Cesira che, dalla finestra della propria camera da letto, spia i preparativi per il matrimonio del dottorino. A ben vedere, Risi sembra parodiare esplicitamente le celeberrime sequenze centrali del coevo Rear Window (La finestra sul cortile, 1954), sostituendo all’intrigo hitchcockiano una storia d’amore immaginaria al culmine della quale Cesira, nel tentativo di oltrepassare i confini consentiti dallo spazio scenico (e, di conseguenza, dal cinema stesso), rischia di rimetterci concretamente la pelle. Altrettanto esplicito è il lavoro sulla mise en abyme: le mirabolanti moltiplicazioni di finestre, usci ed aperture varie all’interno del quadro portano ad una progressiva, nonché suggestiva, saturazione del discorso metacinematografico [11]. Esplicitazione che ritroviamo, più intatta che mai, nel successivo Poveri ma belli, dove la presentazione stessa del personaggio di Giovanna assume i connotati di un’esperienza cinematografica tout court: attraverso i vetri della sartoria, Romolo e Salvatore ne sono, insieme a noi, passivi e trepidanti spettatori.Cesira, nel finale de Il segno di Venere, si allontana a bordo di un tram sui cui vetri è possibile scorgere i pallidi riflessi di un’anonima periferia urbana, mentre Romolo e Salvatore, nell’epilogo di Poveri ma belli, imboccano di corsa Ponte Sant’Angelo in direzione di un centro storico che sta cambiando irrimediabilmente fisionomia. Gli anni ’50 si abbandonano ai loro ultimi fremiti: il boom, del resto, è alle porte. Nel 1959, Dino Risi realizza Il vedovo, sua prima, grande satira al fulmicotone. Le coordinate della commedia si spostano su registri narrativi più consoni a nuove esigenze di racconto, mentre il disimpegno ideologico degli anni precedenti cede il passo ad un’ironia non di rado politicamente connotabile (quando non esplicitamente connotata).
Anche ne Il vedovo, come da copione, ritorna la sequenza di una festa, ma gli umori in gioco sono ben altri: il protagonista del film non ha più nulla da spartire né con Ignazio, né tantomeno
con Romolo e Salvatore. Persino il tòpos del triangolo amoroso viene abbandonato [12]; alle schermaglie a tre, la commedia del boom preferisce la demistificazione del rapporto a due, specialmente se suggellato da rito ufficiale (civile o religioso, poco importa).Il volto rassegnato dell’aspirante uxoricida Alberto Sordi che, con il mento adagiato sulla spalla della diabolica moglie Franca Valeri (anche la dolcezza e l’ingenuità di Cesira appartengono ormai ad un’altra epoca), si lascia andare al ritmo della melodica «L’edera», apre a Risi le porte dei rampanti anni ’60 e di una nuova, fortunatissima stagione cinematografica. L’amicizia e l’amore disinteressati fanno parte di un universo cinematografico che è già pura mitologia: il 1959 è l’anno in cui la commedia italiana si guarda allo specchio e decide di cambiare pelle, regolando i conti, una volta per tutte, con il proprio passato.
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[1] Cfr. Aldo Viganò, Commedia italiana in cento film, Le Mani-Microart’S, Recco, 1995.
[2] Emilio Garroni, Strutturalismo e critica del film, in Giorgio Tinazzi (a cura di), Studi Monografici di «Bianco e Nero», n. 12, 1972, p. 18.
[3] L’obiettivo del presente saggio non è, ovviamente, quello di un’analsi strutturale in senso stretto. Mi auguro che gli spunti metodologici qui delineati possano portare ad una riflessione e ad un ripensamento teorico di più ampia portata.
[4] Gian Luigi Rondi, «Rivista del Cinematografo», n.4, aprile 1955; poi in Irene Mazzetti, I film di Dino Risi, Gremese, Roma, 2006, p. 37.
[5] Fernaldo Di Giammatteo, «Bianco e Nero», n. 2, febbraio 1957; poi in Irene Mazzetti, op. cit., p. 41.
[6] Guido Aristarco, Poveri ma belli, in «Cinema Nuovo», a. VI, n. 101-102, 1 marzo 1957, p. 155; poi in Lorenzo Pellizzari, Dino Risi e la critica, in Valerio Caprara (a cura di) Mordi e fuggi. La commedia secondo Dino Risi, Marsilio, Venezia, 1993, p. 43.
[7] Lorenzo Pellizzari, Dino Risi e la critica, in Valerio Caprara (a cura di), op. cit., p. 44.
[8] Al riguardo, Orio Caldiron osserva: «Il sottotesto del film punta sull’asimmetria della coppia Valeri-Loren (in cui si intravedono le silhouette maliziose di Stanlio e Ollio), ma il punto di coagulo sembra essere la spregiudicata cattiveria di Risi […] [che] si sintonizza sul costume che cambia, in bilico tra vieto tradizionalismo e incipiente modernizzazione» (Orio Caldiron, Il film alla carta: sceneggiare all’italiana, in Valerio Caprara (a cura di), Il segno di Venere. Un film di Dino Risi, Lindau, Torino, 2007, p. 84). Paolo D’Agostini, completando il profilo critico sul film, aggiunge: «La vocazione “sociale” della commedia sta per sbocciare, si avvia a chiudersi il cerchio che unirà la scuola neorealista [...] con la commedia all’italiana» (Paolo D’Agostini, Dino Risi, Il Castoro, Milano, 1995, p. 29).
[9] A tal proposito, non aveva tutti i torti Lino Micciché quando ipotizzava che il concetto di «libertà sessuale» coincidesse, nei contesti più tradizionali della commedia nazionale, con quello di «libera scelta della “virtù”» (Lino Micciché, Il cinema italiano degli anni ’60, Marsilio, Venezia, 1975, p. 71).
[10] Per quanto riguarda Il segno di Venere, il fuoricampo assume una funzione determinante nella definizione dei rapporti erotici fra Agnese ed Ignazio. Al contrario, in Poveri ma belli, tutto è giocato in superficie, nello spazio dell’inquadratura.
[11] «[…] réflexivité et mise en abyme sont considérées, sinon comme synonymes, du moins comme largement coextensives» (Christian Metz, L’énonciation impersonnelle ou le site du film, éd. Méridiens Klincksieck, Paris, 1991, p. 94).
[12] Non a caso, Straziami, ma di baci saziami (1968), deliziosa farsa «a tre caratteri», indurrà Risi a recuperare, dopo diversi anni, una serie di moduli espressivi tipici delle sue prime commedie.
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Come osserva puntualmente Lino Micciché, «[Il sesso] E’ uno dei grandi motori del cinema viscontiano»
Giovanna muore nell’incidente automobilistico che chiude il cerchio del racconto, e con lei il figlio della colpa: l’erotismo viscontiano rivela per la prima volta quella sorta di matrice antiriproduttiva (ancora più esplicita quando i risvolti omosessuali hanno la meglio su quelli eterosessuali) che resterà una costante del cinema a venire. I protagonisti di Ossessione vivono di piacere, e di piacere muoiono. Se il destino li punisce, non si pentono dei presunti errori commessi. Preferiscono morire, come Giovanna, o magari rassegnarsi alla giustizia, come Gino: senza il fuoco della passione, la vita non ha più alcun senso. Parola di Luchino Visconti:
Visconti del 1976: lo sguardo sui corpi dei personaggi si è raffreddato e ne L’innocente assume connotazioni particolarmente funeree. Il fasto delle scenografie e degli arredi all’interno dei quali va dipanandosi l’intrigo dannunziano, non fa altro che esaltare la malinconica dimensione di un gruppo di automi: i protagonisti de L’innocente sono fantasmi. Fantasmi di una società che non li vuole più, ma anche di un cinema che, come lo stesso Visconti, sta vivendo gli ultimi sussulti di un’epoca irripetibile.
Tullio, «[…] apparentemente ateo, raziocinante, anticonformista, e in realtà guidato solo dalla smania del controllo e del possesso sulla moglie»
approssimarsi al patibolo (la pena riservata agli adulteri è la crocifissione) con le espressioni del volto distese e serene. E’ il loro trionfo: Mizoguchi sottolinea la chiusa del film con un movimento ascendente di gru che staglia i due protagonisti su uno sfondo prospettico di particolare suggestione. A conti fatti, un finale che non potrebbe apparire più lieto. La morte da una parte, la vita riscattata dal sentimento dall’altra: il citato movimento di gru accarezza da lontano i due corpi prossimi al patibolo, agevolando un’immagine carica di profonda tensione ascetica. Gli amanti si allontanano dalla macchina da presa: il loro allontanamento è, però, strettamente proporzionale alla prossimità che avvertiamo nel percepire la distanza dai loro corpi. Anche in questo caso, come già notato in riferimento a I racconti della luna pallida d’agosto, «assistiamo al trionfo degli ossimori e, di conseguenza, dei nostri molteplici (e spesso inascoltati) moti interiori»
inquadrature che contribuiscono a chiudere i film di Mizoguchi, sembrano (quasi sempre) voler operare una fusione definitiva del mezzo cinematografico con il contesto plasmato nel ristretto spazio incorniciato dal quadro. Analogamente a quanto detto in relazione all’immagine che chiude I racconti della luna pallida d’agosto
«
colori: qui la natura riproduttiva del dispositivo cinematografico viene esaltata dalla riflessione sul trascorrere del tempo e sulla conseguente possibilità di plasmare, attraverso il mezzo stesso, una sorta di temporalità alternativa. Gina, da una parte, osserva Fabrizio come da una loupe; il ragazzo si esibisce – in una serie di buffonerie slapstick che rimandano non solo ai comici del muto, ma anche al cinema di Tati –, di fatto, innanzi ad un duplice obiettivo: quello diegetico che agevola la visione a Gina e quello extradiegetico di Bertolucci. Un gioco di scopofilia al cubo, qualora si pensi al ruolo esercitato dallo spettatore, il quale, attraverso l’intervento del proprio sguardo, viene a sua volta invitato ad interporre un terzo obiettivo fra sé e le immagini proposte.
Marco Bellocchio, l’altro enfant terrible del cinema italiano, esordisce nel 1965 con I pugni in tasca. Molti intellettuali e critici presessantottini vedono nel film il principale manifesto cinematografico della rivoluzione. In realtà, ad uno sguardo approfondito, l’esordio di Bellocchio evidenzia peculiarità ben più rilevanti e spunti maggiormente complessi
Castel improvvisa i folli movimenti che precedono la morte del protagonista. La macchina da presa lo segue, respira con lui, improvvisando anch’essa una sorta di danza sbilenca sulle note di Sempre libera degg’io. Ale esce più volte dall’area di ripresa, mentre la camera cerca costantemente di non perderlo, di stargli addosso, di registrare questo suo ultimo e bizzarro singulto di vita. Sembra un brano di cinéma-verité – casualmente «catturato» nell’istante in cui l’azione, non ponderata, va compiendosi – che, all’ultimo, devia in direzione di un espressionismo del tutto inatteso. La scelta della camera a spalla è eloquente: l’improvvisazione investe non solo Ale e la macchina da presa, ma anche, analogamente alla camera ottica di Prima della rivoluzione, chi guarda il film.
Il Divo è, insieme a Il Caimano di Nanni Moretti, la pellicola italiana più importante degli ultimi dieci anni. Inutile negarlo: al di là dei suoi incommensurabili meriti a carattere estetico, il film riesce a plasmare (laddove altri hanno miseramente fallito) un’epopea tanto lucida quanto sconvolgente sulla débacle morale, sociale, politica del Belpaese.
tensione erotica, gli sta lavando la schiena inginocchiata su di un masso. 
Grande Carlo Verdone. Grandissimo. Dopo una lunga ed altalenante carriera, ecco il film della maturità. Il film definitivo, forse. Quello che, più di ogni altro, ci invita a contemplare silenziosamente il marcio in cui, volenti o nolenti, ci muoviamo e nel quale umiliamo, giorno dopo giorno, le nostre alienanti esistenze. Leo, Callisto, Moreno: una vittima e due carnefici. Distanti nelle movenze, nei temperamenti e nelle rispettive inclinazioni, ma non nell’approssimativa affezione ai più stantii valori della mentalità piccolo-borghese. Forse per la prima volta, Verdone ritrae i suoi personaggi con l’impietoso cinismo al quale la commedia di costume non dovrebbe mai rinunciare. Così Leo si affida all’impresario delle pompe funebri più irriverente che si sia mai visto, Callisto trascorre le proprie nottate insonni fra video pornografici e prostitute minorenni, Moreno, vero e proprio monumento vivente alla cafonaggine, sperpera centinaia di euro in mance perché a Taormina «si nun fai così, nun sei nessuno». Ne esce uno studio antropologico (non me ne vogliano gli antropologi) repellente quanto basta, all’interno del quale non sembra esserci spazio per la speranza o per i buoni sentimenti.
Quando otto anni fa realizzai L'Eterno Vitellone, documentario di montaggio dedicato all'opera di Federico Fellini, liquidai molto rapidamente il discorso relativo a Il Bidone (1955). In effetti, all'epoca, avevo inquadrato il film del Maestro come il meno personale della sua multiforme carriera, anche e soprattutto a causa dei numerosi tagli imposti dalla produzione. Molti altri studiosi, nel corso dei decenni, si saranno domandati quale impatto avrebbe avuto sulla storia del cinema felliniano un Bidone privo di quelle manomissioni esterne che ne hanno successivamente determinato lo sfortunato destino (fallimento al botteghino compreso): ogni risposta in questo senso è tuttora destinata a rimanere frustrata.
Kenji Mizoguchi è stato uno dei più grandi registi della storia del cinema. Poco frequentata in Italia, amata visceralmente dai cinéphiles di mezzo mondo, la sua opera ha rappresentato un momento fondamentale nell’ampliamento dei canoni estetici tipici del cinema moderno.
Jean Douchet e Valerio Carando